Monastero di S. Raimondo – Pro 2,1-9 Col 3,12-17 Gv 15,1-8

È ormai condivisa l’opinione che quello che troviamo nella Regola di s. Benedetto oltrepassa la vita del monastero e non riguarda solo la vita dei monaci e delle monache. Vi si trovano infatti le condizioni per custodire e valorizzare l’umanità nella sua grandezza. Una conferma ci viene anche dalla recente Enciclica Magnifica humanitas (nn.148ss), nella quale papa Leone, parlando del lavoro, cita proprio Benedetto come colui che ha recuperato la dignità del lavoro, indicando le direttrici per mantenerlo nel suo profilo ‘umano’. Dicevo l’ennesima conferma dell’attualità della Regola e della grande intuizione spirituale che ha ispirato nei secoli non solo la vita cristiana, ma la nostra stessa civiltà europea.

Per questa ragione possiamo leggere nella collocazione centrale del monastero di S. Raimondo, che raccoglie e rende viva l’intuizione di Benedetto, un richiamo discreto alla città a custodire un cuore ispirato dal grande monaco di Norcia. Questa festa e la presenza numerosa di persone alla celebrazione può essere occasione per entrare nell’attualità della tradizione benedettina: evidentemente per le monache (novizie e aspiranti) che stanno abbracciando la spiritualità benedettina, ma anche per noi tutti.

Uno dei pilastri della vita del discepolo-monaco è la “stabilitas loci” (la stabilità del luogo), un voto che il monaco fa. Una vera e propria pietra d’angolo della vita monastica: rimanere lì dove il Signore ti ha collocato. L’obiezione immediata a questa indicazione che sorge di fronte alla stabilitas potrebbe esprimersi con l’espressione: “sono cose di altri tempi”. Non solo è sempre più diffusa la cultura della mobilità e della provvisorietà (quando non è precarietà), ma addirittura il messaggio che viene inviato ripetutamente alle nuove generazioni è: “dovete essere flessibili, disposti a cambiare!”. In fondo è un messaggio che niente deve diventare definitivo, decisivo. La stabilitas (= “stare fermo”, “stare in piedi”) non equivale all’immobilismo, piuttosto è sinonimo di radicamento e nasce dalla convinzione che in quel luogo, in quelle relazioni, nella fedeltà a quanto è dato e richiesto si rivela la presenza e la volontà del Signore. Oltre che a manifestarsi ciò che noi siamo e che siamo chiamati a diventare. Nel linguaggio della tradizione monastica (precedente) essa si identifica con la propria cella, che diventa così lo spazio della tentazione dell’accidia. Vale a dire il desiderio, che nasce prima nell’immaginazione, di stare da un’altra parte. Quanto è presente e poco compresa questa dinamica psicologica e spirituale insieme, per la quale il peso del qui-oggi diventa insopportabile! Si fa fatica a sopportare il peso della fatica e si immagina un luogo (per lo più impossibile) dove la fatica non sia di casa. Questa logica è ormai pervasiva: va dagli affetti e dai legami alla professione, dagli spazi che si abitano alla comunità in cui si vive, alle attività ludico-sportive, va dalla fede alle responsabilità che ci sono affidate. Fin da piccoli questa percezione, questo sentire viene raccolto dal sentimento della ‘noia’. Vale a dire da quella condizione che non fa provare più emozioni. E dal conseguente ricorso alla fuga e all’evasione. Se si tratta di evadere allora vuol dire che la percezione che abbiamo di noi stessi, delle relazioni, della vita è di essere incatenati in una prigione. Ma quando tutto è avvolto da questa nebbia, ogni contorno, ogni profilo svanisce. È ragionevole pensare che questa percezione non corrisponda al vero e che la risposta, come raccomanda Benedetto, è di accogliere l’invito alla conversione (che è il secondo voto, strettamente collegato al primo). Quando siamo preoccupati di cambiare le cose o le condizioni fuori di noi, rinunciamo a cambiare dentro noi stessi. Il valore della stabilitas è di radicarsi in una situazione accogliendo gli appelli alla conversione.

Rispetto a questa dimensione proviamo a lasciarci condurre da alcune stabilitas necessarie che la Parola del Signore ci consegna nelle tre pagine che abbiamo appena ascoltato.

Dal libro dei Proverbi: “Se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti”, cioè custodire l’orientamento della Parola del Signore, l’alleanza che i comandi del Signore tengono viva… allora “comprenderai il timore del Signore”. La stabilitas, prima che essere la nostra, è del Signore e della sua Parola (“La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza”, conferma s. Paolo), grazie ad essa cogliamo, conosciamo la fedeltà del Signore e del suo amore. Il Signore per primo dimostra la sua stabilitas perché non ci lascia in balìa di noi stessi, ci indica sempre una strada. Il Padre continua a rivolgersi a ciascuno ripetendo: “Figlio/a mio/a”. Egli continua tenacemente a riconoscerci così. Noi siamo preceduti e rassicurati dalla stabilitas di Dio.

San Paolo ci ha introdotti in un’altra stabilitas, quella nelle relazioni fraterne. Si tratta, ci ha ricordato l’Apostolo, della “sopportazione vicendevole”. Stare accanto portando il peso dell’altro, il peso procurato dall’altro, il peso presente, dolorosamente, nell’altro. È motivo di profonda consolazione poter contare sulla presenza di qualcun altro che ti accoglie fraternamente. Quanto questa fedeltà ci converte! Stare, aggiunge s. Paolo, nel perdono ricevuto (“come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi”). Ancora una volta è il suo amore tra noi, che non si ritira, che ci permette di stare accanto nella benevola misericordia.

Infine la stabilitas nel vangelo è raccolta nel verbo “rimanere” (“Rimanete in me e io in voi”). È facile lasciare zone d’ombra che sottraiamo da questo rimanere in Lui, nel suo amore, nel suo criterio di bene, nella verità del suo Amore. Sottrarre Lui per impadronirci della nostra vita. In quel momento quello spazio muore, secca.

Se ogni presente ha in sé tratti di fatica, la strada, ricorda Benedetto, non è la fuga ma la fedeltà carica di attesa che quella fatica possa essere feconda: di vita, di amore, della presenza di Colui che rimane fedele, da sempre, oltre ogni nostra infedeltà.