Cattedrale – Ap 11,19; 12,1-6.10; 1Cor 15,20-27; Lc 1,39-56

Questa solennità – di Maria Assunta in cielo – continua ad essere una seria contestazione di quel modo di intendere la vita e il corso della storia dal quale facciamo un’enorme fatica a prendere le distanze. Non riusciamo a scrollarci di dosso che davanti a noi ci sia la fine: la fine della vita, la fine della storia/del mondo. In una visione angosciante. Ogni volta che assecondiamo questa “cultura della fine” ci discostiamo dal contenuto della nostra fede (possiamo domandarci: siamo ancora cristiani?) perché neghiamo quello che San Paolo ha riassunto nella pagina della prima lettera ai Corinti appena ascoltata: “(…) così in Cristo tutti riceveranno la vita. (…) Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il Regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni Principato, e ogni Potenza e Forza.” (…) “L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte”. La fine di cui parla l’Apostolo non è dissoluzione di ciò che esiste, ma il compiersi del Regno: tutto viene messo nelle mani del Padre. Il potere della morte, il più minaccioso, verrà sconfitto per tutti e per tutto.

La solennità dell’Assunta ne è la conferma: Maria risplende come primizia di ciò che attende l’umanità intera. E questo non per un generico ottimismo, bensì come frutto della Risurrezione di Gesù. Per Lei la morte è già stata vinta. Il tempo che ci è dato da vivere è quello della decisione di “essere di Cristo”, di appartenergli, perché questa è la condizione per partecipare di questo suo esito. Appartenenza che Maria ha vissuto ed espresso in quel sì all’Angelo. Il segno di quanto vera fosse questa relazione e come avesse plasmato il suo sguardo, è il canto del Magnificat, dove Maria riesce ad intravvedere il capovolgimento dell’ordine delle cose e dei poteri umani. Iniziando proprio da sé stessa, che si riconosce poca cosa, umile serva, ma che Dio riesce a trasformare in forza del suo Spirito, in uno strumento di salvezza. Da ciò che Dio ha operato in lei, Maria allarga il suo sguardo, preservato dall’inganno del sospetto, della paura e dell’invincibilità del male, verso tutta l’umanità e la storia. A indicarci come possiamo contemplare l’opera di Dio, partendo da noi stessi: ciò che Egli ha operato in noi lo riserva a tutta la creazione. La conversione del nostro modo di vedere e di giudicare la storia inizia dallo stupore per ciò che il Signore opera nella nostra esistenza.

Essere credenti del Magnificat significa far nostro questo inno profetico che riesce a cogliere ciò che Dio sta compiendo: è esattamente l’opposto di chi, ripiegato su ciò che parla di morte e di conclusione di qualcosa, non sa che essere profeta di sventura. Il Magnificat è il canto della speranza che è già presente. Infatti notiamo che Maria per parlare dell’opera di Dio non usa il futuro, ma il passato.

Nelle parole di San Paolo c’è un passaggio che merita di essere colto: “dopo aver ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza”. La storia è il momento nel quale il Signore Risorto sta combattendo questa lotta.Con questo linguaggio sono indicati i poteri forti che si alternano nel delirio di onnipotenza e di cui siamo spettatori anche noi oggi; le forze presenti nella cultura di un determinato periodo, sono impalpabili, senza un volto preciso, e per questo ci appaiono vincenti, quasi impossibili da combattere, veramente potenti perché mostrano di avere le risorse per condizionare il modo di pensare e di agire di tante persone. Gesù anche oggi in noi e attraverso di noi, continua ad operare per ridurre al nulla ciò che illude si possa imporre con la forza. Sbriciola ciò che è potente. San Paolo dice: tutto questo è destinato a perire. Contemplando Maria dovremmo acquisire sempre di più questa certezza di speranza.

Dio opera attraverso piccoli e poveri segni, come quello che stiamo vivendo noi in questa Cattedrale, grazie a questa assemblea composita di tradizioni diverse, di lingue differenti, è posto un segno ‘povero’ ma significativo del nuovo volto della nostra tradizione cristiana. Quella che abbiamo ricevuto in Italia, a Piacenza, e a cui molti si appellano (= la cultura cristiana europea) è il frutto maturato nei secoli di incroci, qualcuno l’ha chiamato un vero e proprio meticciato. Nel nostro DNA religioso, spirituale e culturale c’è un mescolarsi di tradizioni che forse il tempo fa dimenticare. La Vergine del Cisne che i fratelli e le sorelle provenienti dall’Equador hanno portato con loro nel loro bagaglio delle cose essenziali e preziose, parla della medesima logica del Magnificat che ha attraversato tanti popoli, gli oceani, in andata e in ritorno. Non ci possiamo permettere di assecondare nessuna visione antistorica che immagini un’identità statica e semplicemente da preservare. Ogni identità, personale e sociale, è dinamica, in divenire, è il risultato di incontri e di scontri. Perché no? Sono convinto che tra i Principati che il Signore sta sgretolando ci sia anche la nostra presunzione eurocentrica, di essere, cioè, noi europei la misura per tutti della cultura, della fede e del pensiero. Ridimensionarci per imparare a vedere le cose anche da altre prospettive del mondo, porterà sicuramente un beneficio, anche per la nostra fede.

Anche noi oggi, facendo nostro il canto del Magnificat chiediamo alla Vergine di Nazaret la grazia di lasciarci sorprendere da come il Risorto sta tessendo la sua trama di salvezza nella storia futura oggi, anche per noi.