Riese Pio X – Ez 34,11-16 1Tess 2,2a-8 Gv 21,15-17
Ricordo quello che mons. Magnani ripeteva: la santità di S. Pio X si è manifestata nella carità pastorale, in modo particolare come Papa. E la pagina del profeta Ezechiele che abbiamo ascoltato ci introduce in modo efficace nel significato della carità pastorale, che viene riassunta dal verbo radunare. Il pastore raduna le pecore dopo che sono state disperse. La dispersione è quella che crea distanze, che allontana, ma è conseguenza anche della perdita di un centro che unifica, di un cuore, di Gesù stesso. In questo caso dispersione è sinonimo di disorientamento, di mancanza di riferimenti. In un tempo attraversato, anche quello di papa Sarto, da grandi cambiamenti sociali, culturali e perciò ecclesiali, la sua preoccupazione è stata quella di offrire riferimenti. Si è sentito investito di questa grande responsabilità prima come vescovo e poi come vescovo di Roma: riporre al centro la questione della fede e della comunione nella Chiesa e, di conseguenza, anche nel mondo.
Quando sono arrivato a Piacenza tra le belle scoperte che ho fatto c’è stato l’alto profilo pastorale del mio predecessore, l’allora beato e ora santo, mons. Giovanni Battista Scalabrini. Scoperta nella scoperta, il suo legame con il vescovo di Mantova, mons. Giuseppe Sarto, che si è consolidato anche nel periodo (purtroppo breve) del suo pontificato. Tra i due ci fu una profonda sintonia su alcune emergenze del loro tempo: quella del catechismo e, in modo significativo, il fenomeno dell’emigrazione, che maturò una stima reciproca e una vera e propria amicizia.
Abbiamo ascoltato nel racconto evangelico, che è uno degli incontri dei discepoli con il Risorto, la responsabilità che, attraverso Pietro, è consegnata agli apostoli: pascere le sue pecore. La sorgente di questa cura è l’amore per Gesù (“Mi ami tu?”). Un duplice amore (per Gesù e per le pecore) inseparabile, anzi così radicalmente unito che uno invera l’altro. Il catechismo era lo strumento primo della trasmissione della fede nella sua autenticità e fedeltà al mistero rivelato. Mons. Sarto, vescovo di Mantova, e mons. Scalabrini, vescovo di Piacenza, sostenevano la necessità di un unico catechismo per tutta l’Italia. Una delle ragioni che misero avanti alla Santa Sede, restìa a promuovere questo progetto, divenne l’altra preoccupazione che li trovò accomunati. Rispetto al numero crescente di italiani che emigravano, costretti dalle condizioni di povertà e dalla mancanza di prospettive di sopravvivenza, c’era un’emergenza che richiedeva una risposta: in un contesto nuovo e non più sostenuti dalle comunità di provenienza, queste persone vivevano il pericolo di perdere la fede. L’amara constatazione che le Chiese di approdo e diversi vescovi era indifferenti o addirittura in un atteggiamento di rifiuto di queste ondate di migranti, li spinse a promuovere (Scalabrini) e a sostenere (Sarto) l’invito di missionari che affiancassero gli italiani in terra straniera. In quel contesto, dove convenivano persone da ogni parte dell’Italia, si avvertiva la necessità che ci fosse un medesimo catechismo a cui riferirsi, una volta giunti nei paesi di migrazione. Scalabrini ha delle pagine profetiche quando rilegge il fenomeno dell’emigrazione come un possibile strumento di Dio per realizzare l’unità dei figli di Dio. Egli trovò preziosi alleati in altri Vescovi, convinti che si fosse in presenza di una nuova epoca. Tra questi, da subito, mons. Sarto appoggiò le iniziative messe in atto, compreso l’impegno rivolto al Governo italiano perché proteggesse la sua gente che migrava. L’impegno da personale ed ecclesiale divenne anche ‘politico’ e sociale.
Questa intesa divenne feconda quando il patriarca Sarto fu eletto Papa. Pio X ricevette subito lo Scalabrini, incoraggiandolo nella sua opera tramite i missionari Scalabriniani e le missionarie Scalabriniane. Quando poi mons. Scalabrini partì per il viaggio per il Brasile (1904) il Papa gli concesse tutte le facoltà apostoliche, assicurando la sua preghiera unita alla benedizione papale. Che l’emigrazione fosse un serio interesse del Papa lo conferma il fatto che al termine gli chiese una puntuale relazione. Cosa che Scalabrini fece pochi giorni prima di morire. In questa relazione esprimeva al Papa la convinzione che la cura dei migranti non poteva essere affidata ai singoli vescovi, ma che doveva essere assunta dalla Chiesa tutta, come parte della propria missione universale. Pio X fece propria quella valutazione istituendo il primo ufficio della Curia Romana per l’emigrazione.
Questa veloce carrellata dello sguardo che accomunò questi due grandi Vescovi nei confronti di un fenomeno ancora oggi attuale, ci testimonia come S. Pio X abbia inaugurato un’attenzione al fenomeno migratorio che si concretizzò in un’organizzazione nel governo della S. Sede che nel tempo è evoluta. L’intuizione, promossa dal vescovo Scalabrini e fatta propria da papa Sarto, era che nel fenomeno dell’emigrazione non era in gioco solo il bene delle persone costrette a migrare, ma anche delle Chiese e degli Stati che li accoglievano: l’atteggiamento messo in atto faceva la differenza perché da come venivano accolti i migranti dipendeva il futuro dei Paesi e la fedeltà al Vangelo delle Chiese. Di quella intuizione pastorale abbiamo eco nell’Enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV. Parlando della giustizia sociale ha un riferimento preciso alla condizione dei migranti: “Il modo con cui una società li tratta mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità” (n.81).
È proprio vero che lo sguardo dei Santi anticipa ciò che nel tempo diventa una sensibilità condivisa. Va sottolineato che l’attenzione non fosse immediatamente sociologica o politica, anche se entrambi operarono con convinzione contro i faccendieri, le case di speculazione e gli impresari senza scrupoli che illudevano tanta povera gente producendo esiti di miseria ancora più profonda. L’attenzione era rivolta alle persone che, se cercavano un riscatto economico, esso non poteva essere a scapito della perdita della loro integrità spirituale e perciò umana. Anticiparono quello che noi oggi chiamiamo “sviluppo umano integrale”.
L’esempio di S. Pio X ci aiuti a maturare ancora oggi uno sguardo sapienziale e integrale verso ciò che sta accadendo per tante persone, perché siamo promotori di giustizia sociale e di sviluppo integrale. Per tutti: per chi è accolto e per chi accoglie.


