Bedonia – XV Tempo Ordinario Is 55,10-11 Rm 8,18-23 Mt 13,1-23

Il ‘viaggio’, che p. Mario ha presentato, delle reliquie del Santo Scalabrini in questa estate, nelle comunità che visiterò, è significativo che inizi da questo Santuario a lui molto caro. Un legame ‘spirituale’ che si è concretizzato quando l’edificio in cui stiamo celebrando fu possibile grazie al contributo degli emigrati di questa terra.

Lo vedremo anche per la Vergine Maria: i santi sono ‘esegesi’ della Parola di Dio, del vangelo.

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano”: una beatitudine vissuta da mons. Scalabrini che ebbe occhi per vedere quello che stava sotto gli occhi di tutti, vale a dire il fenomeno della migrazione. La vide, come udì il grido, per lo più muto, di queste popolazioni sradicate e trapiantate altrove. È una beatitudine – ci testimonia il nostro santo Vescovo – per sé e per gli altri. Per la Chiesa e per il mondo, anche oggi troppo miope e ostinatamente sordo a causa di paure e di difese di privilegi.  

Oggi, a partire dalla pagina del Vangelo (la parabola del seme gettato con abbondanza e in maniera un po’ scriteriata e dei diversi terreni), la Liturgia è un inno alla forza della Parola che esce dalla bocca e dal cuore di Dio. Una Parola, ricorda la profezia di Isaia, che è necessaria come lo è la pioggia e la neve per il terreno, che lo irrigano e lo fecondano. Perché, completano le parole di Gesù, è allo stesso tempo seme, senza il quale quel terreno da sé stesso non dà frutto.

Già queste sommare indicazioni ci richiamano un aspetto trascurato nella nostra vita credente e cioè che ogni attesa di novità, di conversione, di frutti… è destinata al fallimento se non si lascia raggiungere dalla Parola di Dio. Troppo spesso la conversione è affidata sostanzialmente alle nostre forze, ai nostri propositi, piuttosto che alla forza che ci raggiunge attraverso di Essa.

In questa domenica, nella quale celebriamo la madonna di S. Marco, possiamo essere illuminati proprio da Maria: Lei diventa, a tutti gli effetti, ‘esegesi’ di quello che oggi ci è stato annunciato. Ci chiediamo: perché in Lei contempliamo la grandezza e la fecondità della fede? Proprio perché – non va assolutamente dimenticato – in modo singolare è stata quel terreno raggiunto dalla Parola che proveniva da Dio. Lei ci testimonia come si presenta quella Parola e le condizioni per diventare terreno buono.

  • La Parola è un annuncio. Quando Dio ci parla rivela, rivela prima di tutto ciò che siamo grazie a Lui. Ci descrive come risultato della sua opera. Maria – la saluta l’angelo – è “la piena/la ricolmata di Grazia”. In questo modo l’Angelo rivela che c’è un amore che la precede in modo assolutamente gratuito, immeritato, sorprendente. Su questo Amore Maria può e deve far conto. Lei (come in genere noi tutti) ha coscienza della sua umiltà/pochezza, della sua condizione umana/verginità (e afferma all’inizio del magnificat e in quel “come è possibile!”). Ma questa consapevolezza viene integrata con ciò che Dio ha fatto in lei.

A partire da che cosa noi diciamo chi siamo?

La Parola è l’annuncio di ciò che Dio sta per operare. È Lui il protagonista: non dice a Maria quello che lei deve fare, cioè lo sforzo che le è richiesto, ma rivela un progetto di salvezza che riguarda la storia degli uomini, il mondo intero. Quindi oltre a rivelare chi è lei grazie all’opera di Dio, Maria riceve l’annuncio di ciò che sarà il mondo, oltre la cronaca conosciuta da tutti gli uomini. Questo esito sarà possibile perché Dio la coinvolge direttamente: anche lei, per iniziativa di Dio, diventerà partecipe di un progetto grande, impensabile.

La Parola dell’Angelo chiede una risposta: che consiste nel credere alla veridicità di quelle parole, di quella promessa (“E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”, le dirà Elisabetta). Maria crede che questo sia possibile e nella risposta credente c’è anche la lode, il magnificat. Credere richiede anche la forza della preghiera di lode.

Quando Gesù parla del terreno che dà frutto dice proprio questo: la Parola che esce da Dio diventa feconda perché il cuore di Maria le dà credito e permette che la Parola si compie come era stato annunciato.

Credo che sia proprio questa l’indicazione che ci viene per diventare il terreno che dà frutto in abbondanza. Prima di tutto perché lasciamo che la Parola di Gesù scardini la nostra pretesa di sapere chi siamo, decidendo noi cosa sia possibile o meno che accada (“So io chi sono e come sono fatto!”). In secondo luogo perché rompiamo i nostri criteri sul mondo: le cose vanno così… così funziona il mondo… Il terreno fertile è quello che si lascia lavorare dalle grandi promesse e profezie di Dio. In terzo luogo, il terreno può dar frutto se è nella condizione di credere che sia possibile anche ciò che sembra impossibile. Fino a ieri non è stato possibile… finora…  ogni volta che prevale l’ormai…noi ostacoliamo l’opera di Dio. La lode, la preghiera, la vita che diventa liturgia è il modo per esprimere che Dio sta utilizzando anche noi, nella nostra piccolezza, per un disegno più grande di ogni nostro sogno.

Maria ci converta a questa accoglienza feconda di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio.