Castelletto di Vernasca – 18.08.26 Ez 28,1-10 Salmo Resp da Dt 32,26-36 Mt 19,23-30
Siamo ritornati, come era suo desiderio, con don Natale lì dove tutto è iniziato, come era il suo desiderio. Qui a Castelletto aveva le sue radici, dentro a quelle relazioni familiari e parrocchiali che avevano tessuto il suo orizzonte di fede. Nel suo nome, Natale, era raccolto il mistero del venire al mondo del Figlio di Dio, della prossimità di Dio garantita da Gesù di Nazareth.
Qui ha preso forma la sua vocazione e qui celebriamo il compimento di questa sua lunga esistenza sacerdotale.
Abbiamo appena ascoltato nel vangelo, a fronte della domanda dei discepoli circa la possibilità di salvezza (dal potere dell’avidità e dalla illusione della ricchezza), la risposta di Gesù: “… è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”. Tutti noi facciamo i conti con le nostre fragilità, le debolezze, e con le tentazioni di affidarci alle sicurezze umane per illudersi di salvare la vita. Ma Gesù ci assicura che Dio rende possibile anche quello che può apparire insuperabile. Alla fine di questa esistenza possiamo essere testimoni che Dio ha trasformato una sua creatura in uno strumento della sua Grazia. Il modo di porsi di don Natale, umile, pacato, semplice, è stato anche il modo discreto del manifestarsi dell’amore di Dio per tante persone. Di questo rendiamo grazie a Dio.
Pietro, istintivo portatore delle domande che nascono in noi chiede: “… che cosa ne avremo?”. Cogliamo che non è una domanda previa al lasciare tutto, Pietro non chiede assicurazioni e garanzie per seguire Gesù. Ma ad un certo punto rimane la domanda circa il vantaggio: riceveremo qualcosa? Una vita donata cosa si può aspettare?
La risposta di Gesù, che oggi vale anche per don Natale, parla prima di tutto della partecipazione alla gloria del Figlio dell’Uomo (“siederete anche voi su dodici troni”). La promessa del Signore Gesù è di “essere dove lui è”. E poi Gesù coglie l’occasione per assicurare che ciò che viene assicurato è un “cento volte tanto”, che esprime la sproporzione di ciò che Egli offre nella vita dei suoi discepoli. E’ più facile misurare quello che abbiamo lasciato che riconoscere quello che ci dona.
Noi non siamo in grado di dar conto di questo centuplo, che don Natale ha ricevuto, e forse neppure lui ha colto le grazie ricevute. Ma lo possiamo immaginare pensando che con le fatiche del ministero abbia accolto a piene mani un’abbondanza di grazie. Penso alle parrocchie dove ha vissuto il suo ministero, soprattutto a Rottofreno, dove è stato parroco per 36 anni. Dove ha profuso le sue migliori energie nella passione pastorale, nella cura di quella comunità. Ho visto come nell’oratorio e nella canonica egli abbia immaginato anche un futuro per la comunità, oltre la sua permanenza. Un’opera di questo tipo, costruita con la comunità, è un modo per immaginare insieme un futuro. E’ segno di come un pastore può aiutare una comunità a proiettarsi in avanti. Chissà quante altre relazioni appartengono al centuplo che, proprio perché generato dal Signore, non andrà perduto. Anche molti di noi potremmo essere rappresentati da questo centuplo.
Per questo ora don Natale va incontro all’ultima promessa che troviamo nelle parole di Gesù: “(…) e avrà in eredità la vita eterna”. La vita che non ha fine è la vita di Dio, quell’Amore che proprio qui ha cominciato ad incontrare e a gustare. Quell’amore che lo ha spinto ad inoltrarsi in un cammino di sequela, lasciando tutto, fiducioso di ciò che il Signore gli avrebbe offerto. Non da solo, ma con quel presbiterio di cui si è sempre sentito parte. Tutto questo Amore rimane e lo custodisce perché possa partecipare alla vittoria sulla morte che proprio l’altro giorno abbiamo contemplato in Maria, Assunta in cielo, ma anche Regina degli Apostoli. Alle sue braccia materne affidiamo don Natale, perché lo introduca nella misericordia del Signore, che non ha fine.


