Grazzano Visconti – Am 6,1.4-7 1Tm 6,11-16 Lc 16,19-31

Attraverso queste pagine della Scrittura oggi il Signore ci fa un richiamo forte di fronte alla tentazione di ritagliarsi spazi di benessere. Non è una novità quella che troviamo presente anche tra noi: di rifugiarci nella Spensieratezza (così la chiama il profeta Amos), in una zona neutra, al riparo da preoccupazioni. Per ottenere questo risultato si chiudono gli occhi o si gira lo sguardo. Non si vede, non si sente o, è meglio dire, non si vuol vedere nè sentire. È pur vero che questa reazione può essere una sorta di difesa perché c’è una soglia di sopportazione del dolore prodotto in noi dalle tante e quotidiane informazioni.

Amos descrive un party permanente di chi, incurante “della rovina di Giuseppe”, se la passa in un lusso sfrenato, quasi una sottile sfida di isolamento. Cosa c’è sotto? L’idea che quanto sta succedendo accanto non li riguarda. Amos, al contrario, profetizza: “andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti”.

Allo stesso modo del ricco del vangelo, senza volto e senza nome, del tutto identificato con una ricchezza esibita e sperperata. La sua identità sociale (racchiusa nel nome) è scomparsa, come il volto di chi è alla porta a chiedere le briciole che cadono dal tavolo. Ci viene istintivamente di giudicarlo “disumano”, tanto più che in quella casa il gesto ‘umano’ lo troviamo nei cani che vengono ad alleviare le piaghe di Lazzaro.

Il nostro approccio potrebbe essere di tipo morale. In realtà ciò che viene rivelato è l’intreccio insuperabile che c’è tra noi e chi ci sta accanto. Tra i nostri destini. Non c’è negazione di quello che sta accadendo, non c’è porta che si possa chiudere per lasciare fuori il bisognoso che invoca, che elimini una relazione costitutiva. La questione è seria e non può risolversi con l’elemosina. La questione che viene posta è quella della giustizia: ogni povertà procurata a causa di dinamiche ingiuste o impoverenti, compromette la società civile-sociale-economica… oltre a depauperare di dignità la nostra umanità. Entrambe le pagine ci dicono drammaticamente che vivere in questo modo, imprigionati in un io miope se non cieco, non genera futuro: il ‘castigo‘ rappresentato da quella sete inestinguibile o dell’esilio, da noi e dalla nostra terra, lo decidiamo noi. Non c’è futuro, ce l’ha bene ricordato Leone XIV, moltiplicando il numero delle vittime. Non c’è futuro seminando povertà.

Il vangelo, nel dialogo fra questo ricco ed Abramo, ci apre ad un’indicazione interessante. Amaramente Abramo ribatte: se non ascoltano Mosè e i profeti non saranno persuasi da nulla. La strada dell’ascolto che interpella la nostra vita (di Dio e di ciò che accade) è la condizione perché anche lo sguardo e le decisioni ci aiutino a crescere nella corresponsabilità. Altrimenti continueremo a scavare abissi alimentati dalle nostre buone ragioni.

Qui, oggi, festeggiamo Cosma e Damiano: due fratelli gemelli, del III secolo, provenienti dalla Siria, uccisi per la loro fede nella persecuzione di Diocleziano. Sono tra i (tanti) santi taumaturgici. Erano medici e la tradizione li vuole dediti gratuitamente alla loro professione. Forse perché, in quanto cristiani, non potevano ricoprire uffici pubblici? Mi piace leggere questa loro caratteristica come un richiamo al fatto che ogni professione di cura non è un mestiere (per quanto nobile); c’è qualcosa, il cuore dell’approccio, che non ha prezzo.

Anche di recente mi sono stati segnalati dati preoccupanti del calo di orientamento da parte dei giovani verso professioni di cura. Una (magra) consolazione è che molti di coloro che scelgono queste professioni provengono dai nostri percorsi giovanili. Dobbiamo lasciarci interrogare sulle cause di questa ‘povertà’ vocazionale. Potrebbe essere un indicatore di una cultura che non veicola la bellezza e grandezza di queste professioni.

Vorrei con voi affidare, insieme alla vostra comunità che guarda a questi due Patroni, anche le nostre (di tutti) responsabilità a stimare, apprezzare il compito di quanti si dedicano alla salute, assistenza, scuola…al bene dell’altro. Riusciamo a combattere il virus della pretesa, della insoddisfazione cronica verso chi oggi testimonia che il bene è mio se e quando è anche di chi mi è accanto. I santi Cosma e Damiano intercedano questa grazia e diano forza e tenacia a chi quotidianamente cammina nel campo minato della cura.