Is 49,8-15 Gv 5,17-30

Ci sono delle coordinate entro cui si colloca questa celebrazione eucaristica che vanno ricordate: oggi celebriamo il Dies academicus, momento di incontro della comunità universitaria e dell’università con la realtà del territorio; siamo all’interno delle celebrazioni del centenario di fondazione dell’Università cattolica e ormai prossimi alla beatificazione di Armida Barelli, una delle protagoniste di quella intuizione ‘profetica’ di cui siamo beneficiari.

Quali sono gli appelli che questi fatti ci consegnano in un momento nel quale non possiamo indulgere in commenti lamentosi quali ci ricorda il profeta Isaia: “Il Signore mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticato”?

La pagina del profeta Isaia che la liturgia ci ha proposto ci guida in questa ricerca. Si tratta di una parte di quello che è chiamato il secondo canto del Servo (di Jahvé). E precisamente raccoglie la missione che il Signore gli affida. Il termine ‘servizio’, oggi inflazionato e per questo pericolosamente indebolito nel suo significato, deriva dalla presenza e dall’attività del Servo. Di chi cioè sceglie di anteporre l’altro a sé e ai propri interessi. Ed è interessante sottolineare che nel testo ascoltato la figura del servo rimane enigmatica, oscillando tra un preciso individuo e un gruppo o Israele stesso. Il dubbio non viene risolto, a indicare che il servo può essere senza differenza il singolo individuo come il gruppo o il popolo a cui è affidata questa missione. Siamo prima di tutto sollecitati a passare dai servizi, intesi come prestazioni (peraltro necessarie), al servizio che deve aiutare a dare un senso all’esistenza e alla convivenza.

Senza cadere in formule retoriche la categoria entro cui si può comprendere fin dall’inizio l’Università cattolica è esattamente quella del servizio, nel profilo più alto e impegnativo, che la pagina di Isaia descrive e consegna in maniera efficace. Come questa università, in questo preciso momento, può assolvere alla missione che le è affidata?

  • “Ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo”.

Tutto nasce da un’iniziativa del Signore che prepara, che forma a questo servizio ‘culturale’ ed ‘educativo’. Una missione sta in piedi e si radica in una prospettiva di più ampio respiro perché qualcuno si lascia plasmare dentro ad una passione per l’uomo e la storia. All’inizio come oggi.

Si tratta di un’offerta ‘popolare’, ad indicare la destinazione universale di chi è chiamato a svolgere questo servizio, come pure verso coloro a cui è destinata: “per tutti!”. Questo spazio ha la sua ragione nel creare alleanze. L’attualità del mettersi a servizio per tessere alleanze risulta quanto mai evidente. Una realtà complessa e per molti versi frammentata invoca convergenza, collaborazione, condivisione di obiettivi. Se a questa Università è consegnata la finalità di tessere alleanze, si tratta di una tessitura il cui ordito è l’ispirazione che ha spinto padre Gemelli a dar vita a questa storia, sul quale (ordito) la trama intreccia i fili che tengono insieme le risposte alle domande di questo nostro tempo. Perciò, mutando i fili della storia, la tessitura sarà sempre nuova, aderente alla realtà in cambiamento.

  • Tessere alleanze intergenerazionali, alleanze di soggetti, protesi a “far risorgere la terra”. L’università è un grande laboratorio di relazioni tra mondi esistenziali, culturali, sociali differenti (“Ecco, questi vengono da lontano, ed ecco, quelli vengono da settentrione e da occidente…”). Può essere un intreccio generativo se e quando esso accade.
  • Tessere alleanze di saperi, che nella singolare specificità di competenze si pensano in modo convergente. Oggi più che mai lo sviluppo richiede di tenere insieme i diversi ambiti della realtà umana, sociale, economica, ambientale… perché solo così è possibile invitare “quelli che sono nelle tenebre: «Venite fuori!»”.
  • Tessere alleanze di processi da avviare, che attingono ai sogni, alle aspirazioni, ad un umano integrato sia nel tempo che nello spazio (sincronico e diacronico).
  • Tessere relazioni istituzionali con il territorio. Vedo nella nascita del corso di medicina e chirurgia in lingua inglese un’opportunità con le proposte già presenti per alimentare scambi fecondi. E, in questo senso, avverto la necessità che anche la diocesi si faccia maggiormente carico di una pastorale universitaria e della cultura.
  • “Io trasformerò i miei monti in strade…”.

In questa missione a cui l’Università cattolica ha da sempre cercato di rispondere, gli ostacoli, le ‘montagne’ che rappresentano gli impedimenti e le fatiche che di volta in volta si presentano, possono essere trasformate in opportunità, in strade da cercare e da percorrere.

Non c’è momento storico che non sia segnato da criticità. Immersi in quelle del proprio tempo ci sembra che queste siano insuperabili. Oggi stiamo patendo quelle derivanti dalla precarietà che sembra imporsi e prevalere su ogni tentativo di normalizzazione. Quando la crisi economica sembrava finalmente superata ecco l’incertezza pandemica. Non si riesce ad alzare lo sguardo che ci raggiunge la tragicità di una guerra alle nostre porte… Come possiamo attrezzarci per stare in questa stabile precarietà?

In presenza o a distanza? Non è solo una questione didattica… Quali vantaggi nelle diverse forme di partecipazione alla vita accademica? Cosa è necessario salvare? Quali opportunità reali ci sono offerte in questo scenario? A proposito di alleanze credo che anche gli studenti in questa riflessione debbano entrare in gioco, per scelte che siano di valore più che primariamente di opportunità. Se di alleanze si tratta, non dimentichiamo quello che papa Francesco ci ricorda in Evangelii gaudium: la fraternità, così come ogni forma di alleanza richiede quel ‘corpo a corpo’ che rende molto reale il risultato dell’alleanza.

Un servizio che possiamo cercare e offrire in un ambiente universitario come questo, allora non può che essere una crescita intelligente in umanità.