Adulti e Fede: chi già cammina e chi viene di notte

Basilica di S. Francesco

Da tempo alla pastorale di ‘conservazione’ si oppone la pastorale missionaria. Pastorale di conservazione è la tendenza ad andare a ripetere quello che si è sempre fatto, preoccupati di non perdere nulla. Una prospettiva missionaria è, al contrario, quella che, a partire dai cambiamenti in atto, cerca di far propri atteggiamenti, sguardi nuovi che promuovano scelte diverse da quelle consuete. Da varie parti si accusa la Chiesa di non riuscire ad esprimere un deciso slancio missionario. La raccomandazione di essere missionari ritorna ma il contenuto non risulta così chiaro e il significato univoco, in ragione della storia del termine ‘missione’.

Fino a qualche decennio fa parlare di missione equivaleva ad avere attenzione verso i ‘paesi di missione’: spesso coincideva con il sostegno (economico) di chi partiva per altri paesi (cfr. la vita e il declino dei gruppi missionari). La missione era di qualcuno e le parrocchie erano le retrovie che sostenevano coloro che erano in luoghi di frontiera. Da un po’ di tempo, a mo’ di giustificazione per un crescente disinteresse verso la missio ad gentes, ci siamo ripetuti: «anche qui è ‘terra di missione’». Espressione che descrive, è vero, il contesto in cui viviamo, ma non so quanto abbiamo preso sul serio la necessità di trasformare la nostra pastorale ordinaria in pastorale missionaria. Temo che qualcuno legga in questi termini la presenza dei Fidei donum provenienti dal Congo. L’impianto pastorale non è mutato in modo significativo e noi eravamo (o siamo?) preoccupati prevalentemente dei bambini, dei ragazzi e dei giovani, continuando a lamentarci che i genitori collaborano poco alla trasmissione della fede, non sono alleati in questo compito.

In realtà nella nostra tradizione pastorale c’era la consuetudine di fare, ogni tanto, le ‘missioni al popolo’: esperienze affidate a dei predicatori che avevano l’obiettivo di risvegliare dal torpore dell’abitudine, con la speranza che qualche persona distratta o ‘lontana’ tornasse a frequentare i luoghi della vita cristiana (chiesa e sacramenti).

Ultimamente l’arrivo tra noi di persone che appartengono a religioni o a confessioni cristiane diverse non ha reso attuale il tema della missione: la preoccupazione prima è l’accoglienza e il rispetto della loro appartenenza religiosa. Ma come questo possa essere spazio di un possibile annuncio, non è all’ordine del giorno.

Dobbiamo ricordare a questo riguardo la stagione della evangelizzazione o della nuova evangelizzazione. Un decennio del piano pastorale nazionale è stato incentrato su «evangelizzazione e…» (carità, sacramenti…). Poteva aprire la strada ad un’azione pastorale in chiave missionaria. Ma le riflessioni teologiche e i convegni non hanno prodotto una pastorale che recuperasse l’annuncio e l’accompagnamento di persone giovani o adulte che avevano abbandonato o non erano mai state raggiunte seriamente dal vangelo.

Temo che, per lo più, anche oggi l’utilizzo del termine ‘missione’ sia debole, non perché non corrisponda all’esigenza di questo nostro contesto, ma perché richiederebbe un cambiamento radicale del modo di pensare e testimoniare la fede e il vangelo. Porterebbe con sé una riflessione sul rapporto tra l’annuncio, la celebrazione e la testimonianza della vita (la carità). C’è una circolarità nella triade della vita cristiana che non teniamo adeguatamente presente perché nei discorsi mettiamo in opposizione annuncio e sacramenti, viviamo ancora una pastorale di sacramentalizzazione. È vero che nella pratica privilegiamo il momento celebrativo perché è più ‘semplice’ da attuare, forse la richiesta pressante di tante persone, senza un adeguato legame con ciò che la liturgia (in particolare l’Eucaristia) è: fonte e culmine della vita evangelizzata.

A dire il vero, ci sono state delle esperienze anche tra noi di movimenti che hanno colto questa esigenza e hanno proposto un cammino di riscoperta del proprio battesimo (cammino neocatecumenale); così come dei movimenti che sono riusciti ad intercettare persone ai margini della fede e hanno attivato risposte personali molto forti. Non è questo il momento per fare valutazioni, certo è che oggi queste realtà mostrano anch’esse la fatica di agganciare persone che non siano già legate a questi percorsi.

Di sicuro se per un certo numero di persone può essere apprezzata una proposta forte e marcatamente identitaria, c’è una maggioranza che respinge istintivamente questo approccio e che tende a definire ‘settario’ questo modo di vivere la fede.

Tutto questo avviene in un contesto nel quale, come ci ha indicato il prof. Petrosino, quell’insieme di riferimenti ideali, di valori, di concetti che appartenevano al patrimonio cristiano e a cui si aderiva inconsciamente (era scontato ed evidente) non lo è più. Non va trascurato. Almeno in modo così diffuso. Più che il rifiuto, sembra prevalere l’indifferenza. Per quanto questa analisi corrisponde alla realtà che viviamo, non può non interrogare il nostro approccio alle persone e il nostro agire pastorale. Potremmo dire che la sfida più impegnativa è di intravvedere e poi percorrere scelte veramente ‘missionarie’.

Evidentemente non è questo il momento per analisi esaurienti della realtà nella quale siamo immersi, ma è occasione almeno di dirci che è vero che siamo ‘atterrati’ in una terra di missione ma allo stesso tempo di essere convinti che oggi c’è bisogno di Vangelo. Da annunciare in questo contesto culturale. Sia Petrosino che Biemmi ci hanno indicato la strada della narrazione: far risuonare il vangelo dentro alle nostre vicende, dentro alle nostre storie di salvezza. Questo ci fa capire come sia necessario per affrontare questa sfida di un tempo dilatato, che giustifica la opportunità di guardare almeno ad un triennio davanti a noi.  

LA MISSIONE NELL’ORDINARIETÀ

Parlare di missione, nell’immaginario comune, equivale ad ‘andare verso’, ad uscire dai propri confini per avvicinare chi normalmente non frequenta i nostri ambienti ecclesiali, e, aggiungiamo, non abita gli stessi confini culturali. Non ha abitato o non abita più il nostro orizzonte di significati, di valori, di esperienza. Papa Francesco aveva introdotto l’espressione della “Chiesa in uscita”. Ben presto ha avuto fortuna nel nostro linguaggio, non so quanto essa abbia trasformato il nostro modo di pensare e di agire. Forse i primi confini da superare, da oltrepassare, sono quelli dello sguardo, del modo di guardare le persone e di cogliere le opportunità che ci sono offerte. La radice della missione sta qui: non prima di tutto di fare qualcosa, ma nel nostro modo di guardare, accostare, ospitare le persone che incontriamo.

Ci sono molte occasioni che possiamo trasformare in opportunità di incontro e di annuncio. Molti genitori ci affidano ancora i loro figli per il cammino di Iniziazione cristiana, per le attività dell’oratorio, per le iniziative estive: non si tratta necessariamente di giovani-adulti con un’adesione di fede esplicita e convinta. Forse una parte lo fa per interesse o per bei ricordi dell’infanzia e/o giovinezza a cui attingono e che vogliono far fare ai loro figli. Prova ne sia il fatto che spesso non partecipano alla Messa domenicale, che magari non hanno celebrato il matrimonio, che tendono a chiedere (o a pretendere) servizi… Come li guardiamo? Quali sentimenti colgono in noi? Respirano probabilmente uno sguardo giudicante.

Penso a quanti (ancora un buon numero) chiedono le esequie, che accostiamo in un momento di dolore e di domande che questi eventi suscitano. Momenti di crisi, del sorgere di tanti ‘perché?’…

Ci sono poi le richieste di battesimo e di matrimonio: momenti della vita portatori di grandi attese, di grazia, nei quali spesso c’è una maggior disponibilità a lasciarsi coinvolgere, a lasciarsi interrogare da esperienze che destabilizzano e nelle quali si abbassano tante difese personali…

Questa considerazione, la troverete nella lettera: lo sguardo più comune è quello che tende a cogliere ciò che non c’è… uno sguardo convertito parte da ciò che oggi è dato, dalla situazione in cui le persone si trovano. Uno sguardo che nasce da una profonda convinzione, quella che Gesù annuncia più volte nel vangelo: il Regno di Dio è come un po’ di lievito, è come un seme (piccolo), che va riconosciuto e cercato, partendo dalla certezza che c’è. In ciascuno, in forza del battesimo, c’è la presenza dell’azione dello Spirito Santo. La strada per far crescere ciò che è presente spesso è lunga e tortuosa, chiede pazienza, chiede una fiducia maggiore di quella che le persone hanno su loro stesse. Siamo evangelizzatori prestando uno sguardo di benevolenza e di cura. Gratuite.

In un recente dibattito su Avvenire, a seguito di una riflessione di Mauro Magatti, veniva auspicata una generazione di “tessitori di comunità”. Non è proprio questo che è possibile offrire? Offrire alle persone che possono trovano uno spazio di ospitalità (P. Messina, Avvenire, 30.09.26).

“VENNE DA GESÙ DI NOTTE”

Così inizia la pagina evangelica che ci ispirerà e ci sosterrà durante questo primo anno del percorso triennale.

Prima di tutto soffermiamoci sul contesto di questo incontro di Gesù: “di notte”. La notte evoca, oltre il suo significato temporale, condizioni umane, spirituali e sociali che ci possono interpretare.

  • La notte è il tempo del buio, dell’oscurità. Conosciamo, chi più chi meno, come nella vita ci sono momenti di buio nei quali si perde la profondità e la misura delle cose e delle situazioni. Possiamo parlare di notti al plurale, anche perché la condizione di buio non è mai breve o episodica. In queste notti si ritrovano molte persone oggi, a volte all’improvviso, nelle stagioni più diverse della vita, quando meno te l’aspetti. Come ci è stato efficacemente ricordato c’è anche la comunità cristiana vive le proprie notti (cfr. il doppio sguardo sulle stelle proposto di Biemmi).
  • Nicodemo va di notte da Gesù perché teme di esporsi al giudizio dei capi dei giudei. Ricorrere all’oscurità della notte in questo caso dice anche il pudore o la vergogna nell’affrontare un rapporto (con il Rabbì di Nazareth) che può esporre al giudizio, all’esclusione e alla derisione. La fede, con le domande che vi sono collegate, anche tra noi non appartiene agli argomenti che hanno ospitalità nei discorsi tra le persone e in molti contesti. C’è il rischio di essere etichettati facilmente, o così si teme. Vincere questo pudore o timore non è facile. Non possiamo non tenerne conto. Cogliere i piccoli passi nei quali si riconosce la disponibilità di ricerca.
  • La notte dice un desiderio di intimità: uscire dal gruppo, dall’essere in mezzo alle persone per avere una relazione diretta, personale. Penso a quanto sia presente questo desiderio di relazioni nelle quali qualcuno ti dedichi tempo e ascolto. È il modo più chiaro di sperimentare che sei riconosciuto nel tuo valore e nella tua dignità, che ahi diritto di esistere. Spesso mi sento dire: “le rubo solo pochi minuti”, o incontro persone che non smettono di scusarsi per aver fatto perdere tempo.

In questa cultura dell’“intruso”, del “non disturbare!” che anche noi possiamo trasmettere con la nostra postura, trovare qualcuno che si occupa di te, senza fartelo pesare, è un messaggio potente. È già vangelo.

Noi non abbiamo la presunzione di identificarci con Gesù, ci mancherebbe, eppure attraverso di noi Lui può rendersi presente nella misura in cui riusciamo a mostrare i suoi sentimenti e, soprattutto, non attiriamo a noi ma rinviamo a Lui, il destinatario della loro ricerca. Ricordo l’incontro di Pietro e Giovanni mentre salivano al tempio: all’uomo, “storpio fin dalla nascita”, alla porta Bella, Pietro dice: “guarda verso di noi” (…), e aggiunge: “non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù il Nazareno, alzati e cammina!” (At 3,4-6). La risposta, alla domanda di quest’uomo, non è in ordine alle sue attese (cercava l’elemosina). Aspettava l’elemosina. In quell’ “alzati” c’è il verbo e la forza della Risurrezione. Pietro usa le parole che Gesù aveva pronunciato: con la stessa forza (nel nome di Gesù…) questo uomo si rimette in piedi e cammina. È riconsegnato alla sua dignità, non è semplicemente guarito ma salvato. Si va da Gesù entrando da tante porte. Noi possiamo diventare accesso per altri fratelli di questo incontro di salvezza. Con Pietro anche noi dobbiamo essere convinti che il nostro tesoro è Lui, non altre cose, né altre attività.

UN CAMMINO TRIENNALE

Abbiamo richiamato l’orizzonte nel quale siamo invitati a muoverci (quello della missione che coincide con l’evangelizzazione). Abbiamo evidenziato che il nostro sguardo (trasformato in quello di Gesù) è verso la persona adulta. Ora ci soffermiamo sul cammino, che vuol essere, come profeticamente ci ha consegnato papa Francesco, un processo da avviare. Per questo motivo voglio pensare ad un percorso diluito in tre anni. Perché, è ormai assodato, il tempo che ci è chiesto per dare concretezza a qualcosa, è necessariamente lungo: un anno è insufficiente. Non si tratta di vangare e rivangare nello stesso pezzo di terra, ma procedere con passi successivi, consolidati.

Le suggestioni che ci siamo dati, riprendono tanti ambiti, relazioni, incontri della vita dei sacerdoti, delle parrocchie, dell’azione pastorale. Invito ciascuna Comunità Pastorale deve individuare una/due scelte da privilegiare, chiedendosi chi è chiamato a sostenere quelle iniziative. Quale formazione può essere necessaria.

Ma c’è parallelamente una proposta unitaria diocesana che sta tra due “fuochi”: rimettere al centro Gesù che ci parla nei suoi vangeli (perché è a Lui che tutti dobbiamo guardare) e favorire che questo avvenga nei luoghi ordinari della vita delle persone (la casa è icona). Come ci dirà più precisamente don Paolo cerchiamo di seguire le indicazioni diocesane, perché dobbiamo evitare il rischio della frenesia, come pure assecondare pigrizia e atteggiamenti rinunciatari.

La proposta del Vangelo nelle case potrebbe suscitare in qualcuno la reazione di una ‘minestra riscaldata’, ricordando che in diocesi già furono avviati i Gruppi del Vangelo, di ascolto. Qualcuno ha fatto notare che pochissimi sono ancora in vita. Sicuramente c’è una medesima intenzione: di favorire l’accostamento delle persone al Vangelo. In questo caso la ‘novità’ è il fatto che questi gruppi si ritrovano in case messe a disposizione da qualche famiglia e che i gruppi (piccoli) di ascolto si costituiscono su invito, sul passaparola, sulla richiesta di qualcuno di aggregarsi. Lo stesso metodo usato è molto semplificato e vorrebbe favorire la partecipazione di chiunque, aiutando le persone a far risuonare la Parola di Dio attraverso le pagine evangeliche. È un invito a rinnovare la fiducia nella forza della Parola di Dio, più che nelle nostre strategie.

Siamo in un luogo dedicato a S. Francesco di Assisi. Lo abbiamo scelto proprio per la coincidenza con l’ottavo centenario della sua morte avvenuta tra il 3 e il 4 ottobre del 1226. Affidiamo a questo fratello ‘minimo’, innamorato di Gesù, conquistato dal suo Amore, da lui incontrato in una delle prime notti attraversate. Francesco è testimone di un incontro che riesce a scardinare anche le armature più resistenti, realizzate con il materiale della presunzione e dell’orgoglio, dell’abitudine.

Come ho scritto nello speciale de Il Nuovo Giornale, per tutti è necessario passare per una progressiva spogliazione per poi rivestirci dell’abito dell’essenzialità e della gioia del Vangelo. Affidiamo a Francesco il desiderio di rinascere, e proprio perché questo rinascere è sorprendentemente generato dall’alto, non può essere frutto dei nostri progetti, ma della resa per permettere allo Spirito di operare. Come vuole.