FINO MORNASCO
Is 66, 18-21 1Cor 9, 16-19.22-23 Lc 10, 30-37
Una comunità che ha nella sua storia un esempio di santità non può essere solo ‘orgogliosa’ di tale privilegio, ma deve custodire lo stupore di fronte al fatto che in essa si sia manifestata una alta forma di carità, generata dalla fede. Allo stupore si unisce il desiderio che questo possa riaccadere. Perché ha sperimentato che è possibile. Nella vita e nel ministero pastorale di Giovanni Battista Scalabrini il volto della carità pastorale ha preso forme molto concrete, e la Chiesa ha riconosciuto questa esemplarità e ce la consegna come parte del suo patrimonio di santità a cui attingere e a cui ispirarsi.
Nella pagina della prima lettera ai Corinti, appena proclamata, s. Paolo introduce un’espressione efficace: “Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io”. L’Apostolo, descrive il ‘tutto’ a cui si riferisce partendo dall’annuncio, dalla predicazione, per poi confessare che il fare è diventato un essere: “mi sono fatto servo di tutti”, “debole per i deboli”, “tutto per tutti”. La carità caratterizza l’operare ma immediatamente modella l’essere. In questo modo il Vangelo non è un libro scritto, qualcosa che appartiene al passato, perché diventa vivo attraverso la sua persona e il suo agire. Essere parte del Vangelo non è altro che riconoscere di ‘essere vangelo’, al punto che esso continua ad essere scritto a più mani attraverso l’esistenza dei discepoli di Gesù. Qui si manifesta la santità: l’amore, generato dalla relazione con Gesù, diventa riflesso dell’Amore di Dio. Ne diventa parte.
Ci possiamo fare la domanda: come il vescovo Scalabrini ha vissuto la carità pastorale? In che modo è diventato Vangelo? Il pastore non si definisce per lo spazio umano o ecclesiale dove interviene, per l’incarico che gli viene affidato, ma per la modalità di stare dentro alle situazioni, di qualsiasi genere. Non a caso il ministero che viene affidato ad un sacerdote diventa ‘cura pastorale’. Sappiamo che il ministero pastorale per lo Scalabrini inizia in Seminario, come direttore di disciplina (vicerettore) e professore. Le testimonianze raccolte narrano della cura mostrata verso i giovani seminaristi, di come abbia lasciato in loro un segno. In quell’ambiente formativo mostra la stessa premura che riserva ai malati di colera a Portichetto. Incrocia tante povertà e nutre per ogni realtà una attenzione singolare che lo spinge a stare con passione e intelligenza, cercando risposte concrete per le necessità che incontra.
La pagina del Samaritano descrive il suo modo di accostare chi trova per strada, chi, come questo uomo, è caduto nelle mani dei briganti. A quelle mani che depredano, sostituisce altre mani che, al contrario, si prendono cura, che danno dignità a chiunque si trovi in una condizione di povertà. Nel suo accostarsi riusciva a dare un riconoscimento umano a chi ne era privo. Come per il samaritano della parabola evangelica, la grandezza della cura sta nell’intervento, ma non di meno nel suscitare la disponibilità di altre mani a cui affidare quell’uomo. Ci sono dei gesti che tendono ad impossessarsi della prossimità, per cui ci si rende indispensabili. Cosa che gratifica al punto che chi ha bisogno è reso ‘dipendente’ della presenza di chi aiuta. La carità è tale perché la mano tesa conosce i propri limiti, così da suscitare altre mani aperte. Ci si prende cura, insegna il Samaritano, anche nell’atto di affidare ad un atro la persona ferita. Ripercorrendo la vicenda pastorale del vescovo Scalabrini questa capacità di generare cura la vediamo in tutte quelle opere e istituzioni da lui avviate e poi affidate a qualcun altro. Emblematica, se vogliamo, la fondazione, per la cura dei migranti, dei Missionari e delle Missionarie di San Carlo.
Il gesto di cura, di presa in carico crea un legame profondo, di benevolenza. San Paolo ai Tessalonicesi confessa: “Ci siete diventati cari” (1Tess 3,8). Inviato in un quartiere che non godeva di buona fama (S. Bartolomeo), al fratello Piestro scrive: “Sebbene siano tenuti i peggiori della città, io non li vorrei cambiare con altri”. Non sta semplicemente accanto, tra di loro, lega il suo presente e il suo futuro a coloro che gli sono stati dati. Questo trasforma il suo sguardo su di loro e il suo affetto.
Scalabrini allarga la sua attività di cura verso una molteplicità di emergenze. Verrebbe da dire: “le incontra tutte lui?”. È spontanea – la conosciamo bene – la reazione di difesa: non si può raggiungere tutti. … Conosciamo come le emergenze portano con sé ostacoli e complicazioni, che ci fanno dire: “Non siamo adeguati a dare risposte a tali necessità”. A questo riguardo il nostro Santo mostra un altro aspetto della carità, che non cede ai motivi che spingono a sottrarsi: “Se si volesse la perfezione nelle cose umane, non so farebbe nulla”. “La troppa prudenza nel bene non è sempre lodevole. Allora il primo imprudente è Dio, che fa sorgere il sole tanto per i buoni che per i cattivi, e dà in mano ai suoi nemici i mezzi per offenderlo”. Il coraggio e l’osare cose nuove, anche senza tutte le garanzie e sicurezze, ha contrassegnato il suo ministero, da parroco a Como fino a Piacenza come Vescovo. Ciò a cui attinge la sua instancabile cura e il principio della gratuità è il rivelarsi di Dio nel mondo. In questo modo le scelte che lo animarono furono il riflesso di quello che Dio aveva manifestato nell’amore crocifisso del Figlio. Un Amore che non prevede calcolo.
Non ho voluto soffermarmi su altri aspetti della sua carità pastorale (le visite pastorali; l’impegno per diffondere il catechismo; l’impegno socio-politico in ragione della forza profetica del mistero dell’incarnazione…). La cura per chi emigrava, se vogliamo, rappresenta il compiersi della profezia di Isaia, proclamata nella prima lettura, che vede genti e lingue raccolte dalla dispersione. Allora come oggi emigrare equivaleva a disperdersi, spesso a perdersi, cadendo in balìa di persone senza scrupoli. Scuramente il nostro Scalabrini era mosso dalla preoccupazione che queste persone non perdessero la fede e con essa che non si ‘perdessero’, ma egli intravvide nel fenomeno migratorio anche un’opportunità: che la loro presenza (credente) poteva diventare vangelo per quelle terre e per quelle chiese. Quanto è vero anche oggi e per le nostre chiese stanche e rassegnate. Quel suo sguardo continua a ricordarci che a tutti è possibile diventare vangelo, senza esclusione. Lo Spirito santo continua a scrivere pagine di Vangelo anche dentro a pagine dolorose dell’umanità ferita. A condizione che ci sia qualcuno che continua a credere al Vangelo, accettando con coraggio la sfida di poterlo diventare.


