Ez 47,1-2.8-9.12 1Cor 3,9c-11.16-17 Mt 16,13-19
La Dedicazione della Cattedrale ha nella tradizione liturgica della Chiesa un rilievo importante e tuttavia, dobbiamo riconoscere, che nel tempo non sempre è stata mantenuta viva. La Cattedrale è uno dei richiami alla fede apostolica, fondata sul carisma degli apostoli che, grazie all’azione dello Spirito Santo, custodiscono l’autenticità della fede cristiana, cioè radicata in Gesù: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona – l’abbiamo sentito nel Vangelo da Gesù – perché né carne né sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. E Gesù aggiunge: “E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La cattedra, la cui presenza determina la singolarità di questa chiesa rispetto alle altre, è il richiamo forte e immediato del magistero e della presidenza. Il Vescovo insegna e presiede una Chiesa, una Chiesa locale. In una stagione culturale come quella che stiamo vivendo dove la frammentazione da una parte e il soggettivismo dall’altra investono anche la fede, la Cattedrale ha la funzione di richiamarci alla comunione, essa è richiamo alla convergenza di ogni frammento, come parte di un tutto. Ciascuno, ogni comunità, ogni azione, vuole e deve essere pensata dentro a questa armonia. Invece l’aver posto il “per me” a regola e principio di tutto, ci fa correre il rischio di perdere l’origine della fede, cioè la persona di Gesù di Nazaret e il suo insegnamento. In forza di questa tendenza a sezionare, per sensibilità, simpatia, per comodità si scelgono tra le pagine del Vangelo quelle che sentiamo più vicine a noi. Con l’autenticità della nostra fede rischiamo di produrre una resistenza alla conversione: quel “per me” tende ad allontanare ogni invito alla conversione, perché ci si converte solo quando qualcosa di più grande, che ci oltrepassa, ci raggiunge e ci mette in discussione, ci scuote, ci inquieta, ci affascina. Ogni volta che prevale il “per me”, c’è un processo di adeguamento delle cose (e della fede) al proprio giudizio, alla propria sensibilità, alle proprie opinioni. Alora non c’è più spazio per ciò che rappresenta un’indicazione, un pronunciamento del magistero: del contenuto della fede, che si ritiene opinabile, alla morale, cioè alle scelte che guidano la vita secondo la logica del vangelo e della tradizione della Chiesa, alle stesse proposte pastorali.
È efficace, e credo anche molto attuale, la raccomandazione di Paolo che alla Chiesa di Corinto scrive: “come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra”. Il fondamento su cui si costruisce l’edificio, cioè la comunità, la vita della Chiesa, la vita dei credenti, lo pone l’Apostolo ed è e rimane sempre Gesù Cristo. È lui che dà solidità al costruire sopra qualsiasi altra cosa.
Nell’immagine dell’edificio da edificare c’è qualcosa di importante: è richiesto il lavoro del costruttore, del muratore, che deve mettere mattone su mattone, ma ciò che non può essere cambiato è il fondamento. Non è qualcosa di astratto, ciò che San Paolo ricorda, tutt’altro. Dovremmo sempre chiederci: perché e per chi sto facendo le cose? cosa costruisce, rispetto a Gesù e al vangelo, l’iniziativa per cui mi sto impegnando? che cosa c’è dentro al modo con cui mi relaziono con le persone o la comunità? Tutto questo edifica?
S. Paolo aggiunge che noi possiamo edificare o, al contrario, distruggere. Ma “se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui”. Non è una punizione quella di Dio, bensì la logica intrinseca: se noi siamo tempio di Dio, cioè se noi siamo parte di questo edificio ciò che non custodisce ed edifica, distrugge. Quindi anche noi. Comprendiamo la ragione dell’importanza di questa solennità: essa riguarda un luogo fisico solo per ciò a cui esso rinvia della vita della Chiesa, della fede e del nostro agire pastorale. Allora la Cattedrale diventa un riferimento, necessario da mantenere davanti ai nostri occhi.
Il Signore ci aiuti a crescere nella considerazione del valore della dimensione apostolica della nostra fede, di porre questo centro, senza il quale siamo destinati a disperderci, perché lo sostituiremmo con un io, con un “per me”. Ma in questo modo noi disperderemmo anche il fondamento, la comunione con Gesù e la comunione tra di noi.


