L’ALLEANZA COME MISERICORDIA

2Cr 36,14-23

 

 

In questa quarta tappa non siamo in presenza di un’esplicita alleanza, si potrebbe dire dell’alleanza che si distende nel tempo: Alleanza nella misericordia. Dio usa misericordia perché crea condizioni all’uomo e al suo popolo perché possa aprirsi un futuro che la sua colpa gli ha precluso.

La pagina proposta dalla liturgia è la conclusione del secondo libro delle Cronache. Due libri, quelli delle Cronache, che intendono proporre “la cronaca di tutta la storia divina” (S. Girolamo). Ciò che emerge da questa Cronaca è che la provvidente mano di Dio ha guidato la storia, anche dentro le ripetute infedeltà di tutto Israele. Questa pagina è la conclusione della Bibbia ebraica che termina con la fine dell’esilio e con un appello alla speranza, messo in bocca al re pagano Ciro. Proviamo a pensare queste parole come le ultime della Scrittura: “Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!” (2Cr 36,23). È un finale aperto ad un cammino, con il proprio Dio. Un salire al Tempio ricostruito. La storia è riconsegnata al popolo. Si apre un futuro da vivere e da scrivere.

Nei versetti precedenti la Cronaca si era soffermata sulla lista di re infedeli al patto, dei quali, in una specie di tragico ritornello, viene ripetuto: “Fece ciò che è male agli occhi del Signore, suo Dio” (5.9.12). Dopo il Re Giosia cala il buio sul governo del popolo. Comprendiamo l’incipit del v. 14: “Anche i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà”. Non solo i re. Tutti, senza distinzione, fecero ciò che è male agli occhi del Signore. Non c’è modo per scaricare le colpe su qualcuno, ciascuno ha causato la situazione nella quale versa il popolo. Quanta attualità in questo superamento dello scaricare le responsabilità sugli altri (i politici e gli amministratori, i ‘padroni’ o i sindacati, la chiesa, intesa come la gerarchia, o il parroco e via dicendo). “Imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio (…)”. Ecco dove si radica il male: nell’omologarsi a tutti gli altri, nel competere dentro alla mentalità del mondo, ai giochi di potere, perdendo cioè la differenza, il sapore, la sapienza e perciò la ragion d’essere (cfr. Mt 5,13: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”). Anche il luogo della presenza di Dio viene profanato, non c’è più niente che rimanga sacro, verso il quale si debba rispetto. Niente davanti al quale ci si debba togliere i calzari. Così si rimane in balìa di tutti, del più forte.

Quando avviene questo, nessun richiamo permette di arrestare il declino e la deriva. Dio continua a commuoversi, a risparmiare, a lasciare in vita (nel verbo ‘aveva compassione’ ci sono tutte queste sfumature), ha compassione del suo popolo e della sua dimora. Dio osa l’impossibile. Ancora una volta Dio non si arrende.

La reazione del popolo è raccolta in quei tre verbi: si beffarono (dei messaggeri di Dio), disprezzarono (le sue parole), schernirono (i suoi profeti). L’allontanamento dall’alleanza, dalla memoria della salvezza ricevuta, ridicolizza ciò che prima era preso in grande considerazione. Viene deriso quello che prima era sacrosanto. Il Signore Dio trova un rifiuto al suo rendersi presente, alla sua Parola. La chiusura a qualsiasi tipo di relazione è la morte di ogni alleanza. Saltano i legami. Ci si trova alla deriva. In balìa di tutto. La conseguenza è la desolazione di tutti e per tutto.

A questo punto troviamo nel Signore un sentimento che ci fa rabbrividire: l’ira (“l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza rimedio”, v.16). Non può non sorprenderci che la Bibbia metta in cuore al Signore sentimenti così forti (= si pentì di aver creato l’uomo, è un Dio geloso, ira…). È chiaro che i sentimenti attribuiti a Dio non hanno una connotazione morale: cioè non ci si chiede se sia giusto o no provarli. Ci sono. Appartengono alla relazione. Questo fatto ci provoca. Anche noi prima di giudicarli, sono da riconoscere in tutta la loro forza e da interpretare. Solo in un secondo momento si sceglie come viverli. È un insegnamento importante circa il modo di riconoscere il mondo emotivo che c’è in noi. Troppo velocemente negato o giudicato come opportuno o adeguato. Invece ci è detto che essi ci istruiscono e ci fanno capire cosa spinge il nostro agire. Il sentimento dice la nostra reazione immediata. Non è che se diciamo che non dobbiamo provare qualcosa, quel sentimento non ci condizioni. La scelta è solo successiva, quando cioè decidiamo cosa fare di esso. Dell’ira di Dio si dice che è senza rimedio, ma in realtà, a fronte di quello che potrebbe essere, dell’intensità rispetto ai comportamenti del popolo, Egli trova, da sé il rimedio all’infedeltà del suo popolo: “suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia”.

Le persone (scampate) vengono portate in esilio e la terra riposa. Sembra che in questo lungo e forzato riposo la terra, dove tornerà a vivere il popolo, riprenda vitalità. Dio in questo tempo di riposo prepara la terra che possa accogliere il resto d’Israele al ritorno. Senza una teofania, senza una nuova legge Dio stabilisce attraverso le parole di Ciro un patto. Il segno di questa alleanza è il re di Persia. Pagano. Ecco lo strumento imprevedibile di Jahvé. Ciò che immediatamente sembra essere avverso, in realtà diventa grazia. Quante volte il giudizio sulle vicende è affrettato e giudicato come una ulteriore sfortuna… Imparare la pazienza. A sostare e ad attendere. Con la speranza nel Dio fedele all’Alleanza. Lui sì!

Dio non parla direttamente: ma solo attraverso Ciro. Parla attraverso i fratelli, non necessariamente di sangue o di appartenenza religiosa. Non è così raro che Dio si allei con noi attraverso chi viviamo immediatamente come nemici, avversi… Ciro invita (in nome di Dio) a ricomporre il popolo disgregato, comanda di ritornare a casa ad un popolo esiliato. L’appartenenza viene così ripristinata. È un invito forte a ‘salire’, a ‘venire’: l’Alleanza, che apre un futuro grazie alla misericordia, è raccolta in un invito a riprendere una relazione con Dio e, in Lui, con tutti. Anche con il re dominatore.