Seminario Vescovile

Buongiorno a tutti. Bentrovati. Vorrei innanzitutto ringraziarvi per la vicinanza in occasione della morte di mio fratello, che si è concretizzata in molti modi: con messaggi, con la presenza di un gruppo anche al funerale. Comunque vi ringrazio per la preghiera che, in questi momenti di prova, fa bene e sostiene.

Stamattina intendo offrirvi una riflessione a partire da due dati, che ormai ci sono familiari, ma che sono stati motivo di alcune considerazioni. Un dato, diciamo, negativo e uno positivo. Tra loro colgo un legame. Quello ‘negativo’ è la riduzione del numero dei preti, a cui si aggiunge il fatto di un piccolo numero di seminaristi. È un dato oggettivo. Lo giudichiamo negativo perché, quando si parla di mancanza, di riduzione, l’accento è posto su un saldo negativo rispetto al passato. Il secondo dato invece è di ordine positivo: cresce sempre di più la coscienza, ma anche di fatto la presenza di laici che stanno garantendo il loro servizio con alcuni ministeri che, coerentemente con la visione di Chiesa che si sta aprendo, diventano figure importanti e necessarie per la vita delle nostre comunità, per il volto della nostra diocesi.

  —   Prima di tutto vorrei soffermarmi sul primo dato, che è un dato acquisito, pacifico. Qualche volta le persone non sono del tutto consapevoli di cosa comporta la riduzione del clero e il suo invecchiamento. È diffusa la presa d’atto di un fenomeno a cui sembra non esserci rimedio, almeno in tempi brevi. Però mi sembra che non ci sia o sia stata rimossa la domanda e la ricerca su cosa sia opportuno mettere in atto per suscitare delle risposte vocazionali al sacerdozio. O quantomeno riflettere sulle cause su cui poter intervenire.

Rassegnarci alla mancata risposta vocazionale è giustificato? È giustificabile? O rischia di essere un atteggiamento, una scelta comoda, o, se vogliamo, rinunciataria? Avvertiamo la questione vocazionale come una priorità, una priorità pastorale, una priorità ecclesiale? Non temiamo di rincorrere l’idea di una chiesa clericale. Non è vero che con meno preti le cose cambiano e i laici crescono in corresponsabilità. Ci vuole anche formazione, ci vuole accompagnamento, ci vuole presenza. La prima questione che mi è nata è proprio questa: quanto la questione vocazionale, legata al ministero ordinato, è colta come qualcosa che ci interpella. Non in termini di reclutamento, ma pastorali.

—   Ancora, la prospettiva di una chiesa maggiormente ministeriale, che non può appartenere solo alla necessità, sembra ormai entrata nel patrimonio dei nostri discorsi ecclesiali. Sono convinto che questa prospettiva pone una questione seria. Non ci è nuovo l’interrogativo: cosa significa esercitare il nostro ministero in una Chiesa più ministeriale? Non penso sia così scontato per tutti. Noi siamo abituati ad avere dei laici che eseguono, più che dei laici che condividono una responsabilità. Cosa comporta, allora, questa prospettiva nuova e diversa? A parte questo, dobbiamo porci la domanda: questi laici piovono o pioveranno dal cielo? Come stiamo preparando questa ministerialità diffusa? Come ciascuno la sta immaginando e annunciando per suscitare vocazioni che si assumono responsabilità e non, appunto, semplicemente che si rendono disponibili a prestare qualche servizio? Sono convinto che la ministerialità non equivale, immediatamente od esclusivamente, a trovare forza lavoro che risolva tutta una serie di problemi. Credo invece che la questione seria che noi possiamo e dobbiamo mettere a tema è come annunciare questa ministerialità, come discernere le persone e come curare la loro formazione.

      Questi due dati portano in sé una esigenza seria di discernimento. Di discernimento vocazionale e di discernimento ecclesiale. Essi portano con sé la richiesta di verificare il nostro approccio pastorale, la nostra disponibilità ad accompagnare le persone.

1.     CRISI DELLE VOCAZIONI COME CRISI VOCAZIONALE

Vorrei avviare delle riflessioni, suggerire un confronto da sviluppare tra di noi.  Un primo ordine di riflessioni riguarda la crisi delle vocazioni come crisi vocazionale. Prima di tutto sono convinto che non possiamo permetterci di stare tranquilli di fronte alla crisi di tutte le vocazioni. Se non gode buona salute e non ride il ministero ordinato, non è da meno la vocazione alla vita consacrata. Possiamo dire che piange altrettante lacrime amare anche la vocazione al matrimonio. Dovremmo essere preoccupati seriamente della crisi delle vocazioni, di tutte le vocazioni. Certo, c’è una deriva culturale alle spalle. Alcuni decenni fa, in un convegno a livello europeo, si parlò di “uomo-senza-vocazione”. Viviamo l’imporsi della visione che ognuno non deve rispondere ad una vocazione, non ha un appello che lo chiama, che lo chiama alla vita, all’esistenza, che lo chiama alle scelte. In questi decenni non sembra che quella tendenza sia mutata, caso mai si è esasperata. Oggi la vita si riduce sempre più al raggiungimento di un benessere psicologico o di obiettivi di successo personale. Apro una parentesi. È interessante che gli adolescenti che sono venuti a Roma, nelle loro riflessioni, abbiano posto il tema del successo, tema che a Roveleto è ritornato anche l’altra sera con i più grandi. Certo il contesto era l’incontro con dei campioni sportivi, ma l’idea che la vita debba avere successo è molto presente nelle nuove generazioni. Poi si deve capire come declinino il successo.

A me sembra che decenni fa questo tema fosse molto meno considerato. Tale sottolineatura evidenzia un ‘io’ che si autodetermina e che si pensa senza limiti, perché ritiene di poter sempre ricominciare, ricominciare da capo. Evidentemente vive con fatica le scelte definitive che prima di tutto vengono percepite come un limite. Così la decisione di sposarsi è avvertita come un porsi dei limiti: precludersi altre possibilità. I vincoli, per meglio dire i legami, sono vissuti come dei legacci, piuttosto che una condizione dove l’’io’ trova sé, trova il suo valore, trova il senso anche della propria esistenza.

Pensiamo alla paura e alla conseguente fuga dal definitivo: dal servizio che impegna nel tempo alle scelte di vita affettive, alla scelta di vita di consacrazione o di donazione di sé. Dobbiamo essere consapevoli che questo condizionamento culturale non è semplice da combattere, da scardinare. Lo si può fare facendo gustare la gioia e la fecondità del decidersi.

Ma c’è anche una causa collegata ai nostri itinerari di iniziazione cristiana, che rischiano ad essere finalizzati alla celebrazione dei sacramenti, piuttosto che ad una vita di fede sacramentale. In questo dobbiamo vigilare sul nostro linguaggio, che può portare un messaggio di ambiguità se ripetiamo che ci si prepara alla Cresima. Il messaggio che veicoliamo è esattamente quello che andremo a vivere. La celebrazione sarà la fine, la conclusione, più che un’apertura. Se questi itinerari sono traguardati alla celebrazione dei sacramenti, non riescono, se non marginalmente, ad iniziare ad una vita cristiana e alle scelte di vita cristiana.

Qui si apre una questione pastorale, che abbiamo messo a tema nei nostri cantieri, e che, visitando le varie Comunità pastorali è tornata continuamente. Le scelte degli stati di vita sono espressioni della fede vissuta dentro le coordinate esistenziali. L’alternativa è di ridurre la fede a dei frammenti, a dei momenti, ad episodi. Su questo aspetto dobbiamo seriamente continuare a porci non solo le domande, ma anche a cercare di intervenire sui nostri percorsi di iniziazione.

Penso, ad esempio, alla necessità di fare un cammino iniziatico mistagogico, cioè mediante la celebrazione o in seguito ad essa. La parte mistagogica, che da sempre è stata una parte dell’iniziazione cristiana, di fatto noi l’abbiamo abbandonata.

–   L’annuncio vocazionale passa anche attraverso la qualità della nostra relazione.

     Mi chiedo quanto siamo testimoni gioiosi di una vocazione, di un ministero, di una fede, perché anche questo risulta importante. Noi siamo parte dell’annuncio. Il Vangelo non è solamente ripetere le parole di Gesù, è dargli vita, gambe e volto attraverso le nostre esistenze. Chiediamoci, per quanto ci riguarda, quanto stiamo vivendo in maniera gioiosa, in maniera credibile la nostra vocazione.

Oppure, permettetemi la provocazione, rischiamo di essere dei ministri in liquidazione? O tra coloro che piuttosto che interrogarsi sulle cause che dipendono da noi, ripetono senza fine che le colpe sono di qualcun altro…?  E’ doveroso e sarà senz’altro fruttuoso chiedersi quanto siamo capaci di stare con creatività dentro alla nostra condizione. Un giovane può essere invogliato a desiderare la nostra vita? Purtroppo penso che lo stesso effetto lo producano anche tanti sposi, che sono testimoni al negativo di una vita sponsale e genitoriale tutt’altro che desiderabile. Per queste ragioni è indispensabile rimanere nelle nostre vocazioni con maggior fiducia.

Non sarebbe utile dare nome alla bellezza della nostra vocazione? Perché sono contento di essere prete, di essere diacono, di essere sposo? Dare un nome alla bellezza del nostro ministero, aiutandoci insieme quando ci troviamo tra sacerdoti, piuttosto che tendere immediatamente a narrare cose che non vanno o le preoccupazioni. Se abbiamo perso per strada i motivi per ringraziare ed essere felici della nostra vocazione, non dovremmo un po’ interrogarci su questo?

Non è forse ora di recuperare le motivazioni, per noi prima di tutto, per vivere bene, per vivere con gioia quello che ci è stato donato? Se la vocazione è un dono, non credo che il Signore ci abbia riservato dei doni di tribolazione. Le tribolazioni vengono, le accogliamo e le viviamo, ma in una pace di fondo.

Non so da cosa dipende la poca propensione o la timidezza nell’annuncio delle vocazioni e della propria vocazione. Forse è riconducibile a tanti degli aspetti ricordati, o manifesta anche un difetto di speranza? Se non riusciamo a vivere noi e a fare intravedere futuro nella nostra e nell’altrui vita, sostenuta dalla chiamata del Signore, ci domandiamo se il tema della speranza, che è al cuore dell’anno giubilare, non riguardi anche la nostra vita, la nostra vocazione, il nostro ministero, il nostro servizio. Lo accenno solo. S. Paolo in Efesini scrive: “Come una sola è la speranza da quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione” (4,4). La speranza è dentro la nostra vocazione.

Se siamo restii a riconoscere la ricchezza e il valore dell’altro, il valore e la ricchezza nell’altro o nell’altra, così da cogliere la vocazione ad un ministero, c’è da chiedersi da dove nasce questa nostra sfiducia.

Mi riferisco all’altro aspetto accennato all’inizio. E’ nella fiducia di fondo che si riescono a cogliere risorse, che si intravvedono possibili vocazioni, nelle persone che ci stanno accanto. A volte temo che ci siano degli ostacoli, dei freni dentro di noi al discernimento sulle persone, che prima ancora che essere una fatica di vederlo in un ministero, è la fatica a dargli fiducia, ad affidargli qualcosa. Allora che cos’è che può fare da ostacolo al discernimento dell’altro o dell’altra in ordine a un possibile ministero o servizio nella Chiesa? A volte può prevalere una sottile (forse neanche tanto sottile) incapacità di relazioni. Di sottile incapacità di relazione alla pari. Quasi che solo l’assunzione del ruolo, che crea una distanza, ci permette di stare in relazione. Il discernimento sulle persone che possono assumere dei ministeri sarà il frutto di relazioni di stima, in un percorso di fiducia accordata. “Mi propongo per fare il ministro della Comunione”. L’ho sentito tante volte nella Visita pastorale. Ho anche trovato, a dire il vero, qualcuno a cui è stato il parroco a fare la proposta, accolta spesso dopo una lunga riflessione. “All’inizio ho fatto fatica”, mi è stato condiviso da diversi candidati al diaconato: “ho fatto fatica ad accettare. Poi mi sono fidato”. Mi sembra che questa dinamica vocazionale, anche del fare una proposta, del sostenerla, dell’accompagnare, sia un elemento importante che ci impegna in una relazione di crescita.

Credo sia importante riuscire a porsi dentro all’esercizio del nostro ministero, domandandoci quali le caratteristiche di vita spirituale possono essere riconosciute nelle persone o fatte maturare in vista dell’assunzione di responsabilità. E’ importante che sia la stessa comunità a riconoscere e apprezzare alcune qualità morali, di fede presenti nelle persone. E’ utile pure avviare dei tempi di tirocinio, perché le persone siano messe alla prova, verificando limiti e potenzialità che l’esercizio di un servizio può rivelare. Nel tirocinio è da vedere anche la disponibilità a fare percorsi di conversione. Mi stupisce, ascoltando testimonianze dei ministri della Comunione, o di altri servizi nella comunità, la condivisione di quanto sia cambiata la loro vita, la loro persona in quel servizio. E’ uno dei segni. Ogni vocazione se prevede un punto di partenza ha come sviluppo anche quello della conversione. Ogni vocazione prevede una conversione.

2    COSA RICHIEDE IL DISCERNIMENTO SULLE PERSONE?

La corrispondenza tra vocazione e conversione, tra conversione spirituale e conversione pastorale, dice della necessità di maturare la capacità di discernimento sulle persone. Non lo si improvvisa, le qualità necessarie per un servizio vocazionale si acquisiscono. Proviamo allora a domandarci quali sono le condizioni per fare un discernimento vocazionale sulle persone. Ne elenco alcune che mi sembra indispensabile sviluppare.

—    Se è vero quello che ci siamo detti sopra, la prima condizione è la qualità vocazionale della proposta di fede, che fa i conti certo con le difficoltà di tipo culturale ricordate, ma a volte alimentate dai nostri percorsi di fede. Sono convinto che ci siano dei grossi margini per poter crescere nella qualità vocazionale della fede. Credo che dovremmo cercare di dare continuità tra la prima parte dell’iniziazione, la chiamerei “iniziazione alle celebrazioni”, e la formazione successiva.

In questo senso dobbiamo guardarci da alcuni messaggi che mandiamo ai nostri ragazzi. Quando, per rassicurare sulla bontà della proposta successiva, diciamo: “dopo la Cresima ci sarà un’altra cosa, non preoccupatevi”. Il messaggio è chiaro: “non sarà più catechismo”… In questo modo seppelliamo, facciamo il funerale a quello per cui ci siamo dedicati per 5 – 7 anni. Piuttosto che inviare questi messaggi screditanti domandiamoci come proporre un percorso che preveda una tappa nella celebrazione del sacramento, non che il tutto sia traguardato ad essa. Le celebrazioni sono di fatto la conclusione di un percorso. L’ho già detto in qualche vicariato: è possibile iniziare l’anno catechistico senza fissare le date delle celebrazioni dei sacramenti? Mi rendo conto che andremo a scatenare una rivoluzione, perché il problema della prima Comunione e della Cresima è fissare il ristorante. Però la questione è come possiamo rompere questo meccanismo. Dovremo spiegare che iniziamo un cammino e verifichiamo in che modo i ragazzi sono cresciuti in questo itinerario di iniziazione.

Dovremmo farlo tutti, condividendo una scelta diocesana. E’ un esempio che vale per sottolineare il dovere di interrompere corti circuiti dei quali siamo vittime tutti: i ragazzi in primis con le loro famiglie, i sacerdoti e gli operatori pastorali. Ma noi ci stiamo prestando a questo gioco. Allora la prima condizione è ripensare un percorso in termini vocazionali. A me piace pensare che ci sia un ufficio o ci sia un percorso di iniziazione alla vita cristiana e alle scelte vocazionali.

—   Un’altra condizione è cercare di superare la genericità delle proposte: percorsi che valgono per tutti rischiano di non valere per nessuno. Come sarebbe possibile ottenere un’attenzione sulle persone e sulle loro esigenze? E qui emerge il tema, di sicuro molto impegnativo, dell’accompagnamento. Accompagnare le persone non è solo la direzione spirituale, anche se rimane l’esigenza di trovare le forme per sostenere il cammino.

Si pone la domanda: chi ha la ‘patente’ per accompagnare i ragazzi, i giovani? Solo i preti? i diaconi? solo i religiosi, le religiose? Se fosse piuttosto un dono legato al Battesimo e alla Cresima? A questo interrogativo potrebbe seguire la proposta di un corso, destinato a tutti, di accompagnamento nella fede. E’ vero che un catechista è già un accompagnatore, però è necessario acquisire delle attenzioni per cogliere le domande e gli appelli del Signore. Cosa che favorirebbe cammini più personalizzati.

Nel passato l’Azione cattolica, ad esempio, era l’associazione che curava una maggiore qualità dei cammini di fede, attraverso un percorso di adesione associativa. È chiaro che non possiamo più rifarci a quel modello, però quell’esperienza ci può istruire sulle opportunità di fare proposte diversificate.

—     C’è una condizione quasi previa su cui è indispensabile soffermarci: crediamo nella nostra vocazione? Come trasmettiamo la convinzione che il Signore si manifesta dentro alla nostra vocazione? E ancora, qual è l’appello alla missione che è legato alla nostra vocazione? Perché se è vero quello che ricordavo prima, cioè che ogni vocazione prevede una conversione, è anche vero che ogni vocazione è per la missione. Qual è la missione che io sto vivendo in questo tempo? Come intuite, procedendo nella riflessione, la questione del discernimento è per gli altri, ma non di meno lo è per noi. Non diamo per scontata la qualità della nostra vita, della nostra vocazione. Quanto sono disposto allora a mettermi in gioco in quello che faccio, con le persone che mi sono affidate? Fare una proposta è impegnarsi a stare in una relazione di fede: sia essa una proposta vocazionale di consacrazione che una proposta di un servizio stabile. Ci si espone, ci si mette a disposizione per un cammino, per un accompagnamento. In questo orizzonte si impone la necessità di fare un discernimento del tempo che viviamo e di come lo viviamo, in chiave vocazionale. E’ un’urgenza, una priorità, perché ci aiuta a individuare e poi a superare quell’immobilismo e l’atteggiamento di rigidità che tende a fissarci nelle nostre abitudini. Ripeto: come sto vivendo questo mio tempo, il mio ministero in questo momento storico? In una prospettiva vocazionale? Perché se vogliamo abitare la realtà, che è in un movimento accelerato, è indispensabile rimanere dentro a questa prospettiva vocazionale. Il Signore mi sta chiamando oggi, rinnova la sua chiamata oggi, ad intraprendere percorsi e cammini nuovi.  Possiamo dire che il rischio oggi, come c’è l’uomo-senza-vocazione, è di essere dei ministri, dei preti, in un servizio ecclesiale senza vocazione. Spero di sbagliarmi, ma vedo il pericolo reale, con conseguenze serie. Per noi, prima ancora che per gli altri.

3    QUALI SONO I SEGNI VOCAZIONALI?

I segni sono da riconoscere negli altri, ma insieme sono da verificare anche in noi. Non ci possiamo dilungare, li accenno solo.

a. L’amore e la passione per Gesù. Quindi la capacità di stare in una relazione fedele. La possibilità e la gioia di sentire che siamo per Lui. Siamo a Suo servizio. Siamo nelle Sue mani.

b. Un secondo grande amore e passione è per la Chiesa, che sappiamo bene, perché ne siamo parte, non ha nessun tratto di perfezione. Eppure custodisce la santità di Dio. A questo riguardo si interseca il tema della comunione e dell’unità.

c. La passione per le persone, per il mondo, per la storia, che mi spinge a prendermi cura. Tutto ciò che mi circonda e di cui sono parte mi è affidata. Affidato alla mia persona, alle mie capacità, all’intelligenza, alla mia fede, alla mia speranza.

  • Quest’ultima considerazione la penso in modo particolare per i diaconi permanenti.

      Uno dei temi cari a papa Francesco, è quello missionario. Posiamo rischiare di abusare l’espressione a lui cara di essere “Chiesa in uscita”. Che cosa significa collocare il nostro ministero e collocarci come Chiesa dentro spazi mondani? Gli spazi dove la vita di fede incontra la professione, le relazioni sociali e di prossimità… Il diacono permanente è stato identificato, per gli ambienti propri del diacono (lavoro, famiglia, vita civile…) come vocazione a stare dentro al mondo e di annunciare nel mondo la fede in Gesù Cristo, un ministero collocato in un ambito extra ecclesiale.  Al di là della pertinenza di questa visione, o forse dentro ad essa, si pone la domanda: come le nostre comunità pensano al mondo che le circonda, alla cultura nella quale sono immerse, non come uno spazio altro, ma come qualcosa che le riguarda? Le riguarda perché respiriamo questo clima culturale. A questo ‘mondo’ siamo mandati, a tutti, senza differenze.

      Da questo punto di vista, allo stesso modo delle appartenenze molteplici del diacono, ogni battezzato sperimenta di essere presenza della comunità cristiana in ogni spazio in cui si può trovare. Trovo efficace l’immagine che viene usata di una Chiesa che ha il duplice movimento della diastole e della sistole, allo stesso modo della funzione del cuore che manda il sangue verso le zone periferiche del corpo, a cui segue il movimento della diastole, grazie al quale riceve il sangue di ritorno. Forse siamo abbastanza consapevoli della funzione di sistole, cioè di andare nel mondo e di abitarlo con la forza del vangelo. Quanto invece siamo capaci di recepire, di accogliere, di rielaborare quello che dal mondo ci raggiunge? Questo è un esercizio più faticoso. Fuori immagine, se è vero che le nostre comunità hanno bisogno di laici, di persone, insieme ai diaconi, ai sacerdoti, che sanno condividere la responsabilità delle nostre comunità, non dobbiamo mai dimenticare quest’altro aspetto, e cioè quanto e in che modo le nostre comunità raccolgono quello che dalla cultura odierna, dagli ambiti di vita, ci può provocare, ci può raggiungere. Siamo scoperti nel recepire ciò che i battezzati vivono a contatto con le realtà mondane e che interrogano il nostro modo di stare nel mondo.

Concludo, consegnando alla riflessione quanto ho raccolto, ai vari livelli (vicariati – formazione permanente del clero). Siamo richiesti di assumerci la responsabilità di una crisi e delle sue opportunità, ma non tanto per archiviare il capitolo delle vocazioni al sacerdozio come un capitolo già chiuso, dove è stata posta la parola fine, ma piuttosto quanto ci è chiesto ancora oggi di credere non solo nel valore e nella necessità del ministero, ma anche nel fatto che oggi ancora il Signore può chiamare dei giovani a seguirlo nel ministero ordinato. Perché solo una fede vissuta in chiave vocazionale riesce a salvaguardare il profilo della sequela, che interpella l’esistenza nella sua unità e che è capace di suscitare nuovi ministeri e corresponsabilità nella comunità cristiana.