Cattedrale – At 11,19-26 Eb11,8-9.13-16 Gv 17,20-26

La celebrazione della memoria del vescovo Scalabrini è il segno evidente di come la profezia sia diventata realtà. Egli aveva intravisto nel fenomeno migratorio qualcosa che stava interpellando non solo il mondo, ma anche la Chiesa. Anche il credente. È stato vero allora, è vero oggi. La presenza in questa celebrazione delle lingue diverse che sono approdate nel nostro territorio dice che in un secolo il vento dell’emigrazione ha solo cambiato direzione, ma che ha la forza di produrre grandi cambiamenti. Lo sguardo che mons. Scalabrini maturò e indicò sul fenomeno migratorio permette di cogliere la sua forza trasformante. Un cambiamento può essere osteggiato (con nessun risultato) o accompagnato e guidato. E in questo modo vissuto. Di recente mi ha colpito una frase: “Il vero viaggio non è quello che ci porta da un luogo all’altro. Il vero viaggio è quello che trasforma il nostro sguardo” (Marcel Proust). Lo sguardo profetico di cui Scalabrini fu maestro, che coglie la ‘normalità’ del fenomeno, ci aiuta a scoprire che le pagine della Scrittura sono un’antologia di cammini, di migrazioni. Dio è da sempre un Dio nomade. In cammino con popoli e persone migranti. Ne sono conferma le pagine della Scrittura della liturgia odierna, in particolare quella degli Atti e quella della Lettera agli Ebrei.

Negli Atti degli apostoli siamo introdotti in un momento cruciale della prima comunità cristiana che coincide con una migrazione forzata dalla persecuzione, scoppiata a motivo di Stefano. Il vangelo cammina con i piedi dei discepoli cacciati dalla loro terra, da Gerusalemme. Scopriamo che il vangelo è capace di osare, attraverso le relazioni: qualcuno infatti comincia a parlare anche ai Greci. È interessante notare che la missione, affidata dal Risorto, non è stata pianificata dagli apostoli. I primi missionari evangelizzatori sono discepoli anonimi, vittime di una dispersione che li spinge oltre i confini di Israele. E, viene aggiunto, che “la mano del Signore era con loro”. La strada che fin dall’inizio il vangelo percorre è quella della familiarità delle relazioni. La Chiesa di Gerusalemme, sorpresa, manda Barnaba a vedere: “Da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo”, “vide la grazia di Dio”.

Cari fratelle e sorelle, mi rivolgo a voi che siete giunti tra noi: il vangelo di Gesù viaggia dentro alle nostre relazioni, da curare e da saper osare. Troppo spesso la timidezza, il senso di inferiorità non sono solo ostacolo a conoscersi, ma possono diventare un impedimento al passaggio del vangelo. Penso che il timore che abita nei vostri cuori è lo stesso presente nei migranti che partivano dalle nostre montagne, senza strumenti di comunicazione (non conoscono la lingua), senza istruzione, con un marcato senso di povertà. Non bisogna assecondare questo senso di inferiorità e di poca stima: siate coscienti della vostra dignità. Pur nella povertà di mezzi di cui disponete. Ma è anche per noi una raccomandazione ad abbassare il senso di superiorità, unito alla convinzione di non aver bisogno degli altri. Solo così le relazioni diventano buone e il vangelo è messo nelle condizioni di camminare tra noi.

La lettera agli Ebrei ci aiuta a fare un passo ulteriore, cogliendo nella metafora del migrante e del viaggio la figura del discepolo e le qualità della fede. La Bibbia infatti presenta l’Esodo come l’esperienza tipica della fede del popolo di Dio. Che cos’è il cammino dell’Esodo se non il migrare di un popolo verso una terra che coincide con la promessa che Dio ha fatto loro? Dio chiede al credente di far propria la condizione di chi parte e lascia qualcosa di certo per un futuro incerto, portando con sé tanta speranza in un futuro che non c’è dove si abita. La promessa di futuro e di libertà prevede un partire “senza sapere dove andare”. Potremmo dire che il giungere a noi di persone migranti è una parola che il Signore pronuncia per invitarci ad una conversione. A modificare cioè il nostro modo di pensarci credenti e, insieme, di pensarci uomini e donne.

Chi parte vive in una profonda e stabile precarietà: abita sotto una tenda, cioè nella disponibilità di ripartire sempre di nuovo; anche quella che sembra il traguardo del cammino, cioè la terra promessa, è vissuta come regione straniera. Perché ogni traguardo raggiunto da chi è in cammino è solo una tappa verso una “città dalle solide fondamenta”. La Lettera agli Ebrei aggiunge un altro aspetto: l’Esodo di Israele ricorda che i beni promessi non furono raggiunti da coloro che partirono, li videro solo da lontano. Anche in questo caso siamo messi davanti al fatto che il cammino si compie spesso non da chi l’ha iniziato. Eppure è necessario per altre generazioni. Per questa ragione, noi siamo stranieri e pellegrini sulla terra, aspirando ad “una patria migliore, cioè a quella celeste”.  

A noi, malati di una sedentarietà morbosa, grazie a coloro che giungono a noi migranti, è messo davanti agli occhi la verità della nostra condizione terrena. Forse tanto del diffuso mal di vivere è proprio legato all’aver smarrito la necessaria condizione nomade dell’esistenza, al non immaginare una terra diversa dal nostro piccolo orizzonte terreno, avendo sepolto i grandi desideri che il Signore sa suscitare. Allora, celebrando la memoria di S. Giovanni Battista Scalabrini, recuperiamo ciò che profeticamente diceva alle comunità dove approdavano i migranti di allora: possono essere per noi che li accogliamo un dono che apre un futuro, perché ci possono indicare che è necessario tornare a vivere oggi da pellegrini e da stranieri.