VI Anniversario dell’Ordinazione episcopale
Cattedrale Ap 12,10-12a Rm 5,1-5 Lc 9,23-26
Oggi celebriamo la co-patrona della Cattedrale e della diocesi, S. Giustina. Una santa di cui non abbiamo notizie documentali, se non della traslazione delle sue reliquie, con quelle di Cipriano e Teognito, da Roma nel 1001. Con la costruzione della nuova Cattedrale, iniziata una ventina di anni dopo, trovarono collocazione in cripta, dove le possiamo venerare.
Senza ricorrere a presunte notizie, per lo più ricostruzioni successive, ci interessa capire l’importanza di queste reliquie per la Cattedrale. Sono la testimonianza dell’esigenza che nei secoli si è mantenuta viva di un legame fedele alla vicenda di Gesù e al messaggio evangelico. Per questo motivo, avere la possibilità di custodire reliquie di martiri e di confessori della fede era importante per cercare di ancorarsi il più possibile agli inizi della fede e della Chiesa. Prima di tutto per dare continuità alla testimonianza di fede che arrivasse il più vicino possibile ai primi testimoni, gli apostoli. In secondo luogo c’era la necessità di avere davanti agli occhi la conferma che la fedeltà è possibile e che le persecuzioni appartengono alla dinamica della fede.
Questi tre martiri sono riconducibili al III secolo, ad Antiochia avrebbero subito il martirio per aver preferito la fede in Gesù Cristo rispetto alla loro vita. Nelle pagine dell’Apocalisse coloro che hanno vinto il drago, non per meriti personali ma “grazie al sangue dell’Agnello”, “non hanno amato la loro vita fino a morire”. È la risposta alle parole del Vangelo di questa sera: “Chi vuol salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la vita per causa mia, la salverà”.
Il martirio, custodito dalla testimonianza dei santi, è stato stimato e indicato esemplarmente nei secoli perché la fedeltà è minacciata da sempre: dalla paura di perdere la vita, dalla paura di perdere la stima, la considerazione, gli affetti e l’amicizia. Tutte cose che riteniamo importanti. Ma sono proprio questi timori che giustificano compromessi, tiepidezze, mediocrità. Alla fine, il Vangelo stesso.
Gesù ci dice come si presenta la paura di perdere la vita per lui: provare vergogna e lasciarci vincere da essa. Quando ci vergogniamo di qualcosa è perché consideriamo pesante il giudizio degli altri. Proprio perché vale molto di più ai nostri occhi ottenere il consenso che rimanere fedeli a ciò in cui crediamo. La ragione sta nella poca valutazione di ciò in cui credi o dici di credere. Non si tratta di esibire, di sfidare o provocare, bensì di credere che ciò su cui si fonda la nostra vita non sia inferiore rispetto al pensiero comune.
La celebrazione che stiamo vivendo è l’occasione per ricordare il sesto anniversario della mia ordinazione episcopale. Non vuole aver nessun carattere autocelebrativo, ma piuttosto la possibilità di ri-affidare al Signore il mio ministero, profondamente unito a questa diocesi, della quale sono stato chiamato a diventare pastore. L’ho già sottolineato, la coincidenza con S. Giustina non fu pensata e per questo la leggo come provvidenziale. Il Signore ha affidato l’inizio del mio servizio ad una donna santa e martire, ha consegnato il mio ministero alla sua testimonianza e alla sua protezione.
Per non sottrarmi a quella Parola, le cui Scritture sono state poste sul mio capo durante l’ordinazione, vale anche per un vescovo non vergognarsi del Vangelo. Vale anche per me il richiamo a non cercare scorciatoie al Vangelo. Anche quando le parole possono allontanare il consenso immediato, anche quando i gesti da porre possono disturbare i più: la misura per tutti e per ciascuno è e rimane sempre il Vangelo e la differenza che esso produce.
Quale martirio oggi ci è chiesto? Domanda doverosa se vogliamo rimanere ancorati alla bellezza e novità del Vangelo. Non per apparire super-eroi, perché anche questa ricerca, di essere guerrieri coraggiosi, oggi gratifica ed esalta qualcuno; quanto per essere efficaci, consapevoli che l’efficacia secondo il Vangelo non si può misurare nell’immediato.
Vi chiedo di (continuare a) pregare per me, perché, come ho già detto, citando il mio vescovo di Treviso, vi conviene. La qualità spirituale e pastorale della mia presenza tra voi non può che avere riflessi sulla comunità e sul presbiterio. Pregate perché l’Amore di Dio, riversato nel mio e nostro cuore, sia più forte di ogni rinuncia a sperare nella forza della sua Parola.


