CATTEDRALE At 2,14a.22-33 1Pt 1,17-21 Lc 24,13-35
È nel clima pasquale, caratterizzato dall’effusione dello Spirito Santo del Risorto “innalzato alla destra di Dio” (At 2,33), che oggi un battezzato viene consacrato presbitero. Pietro diventa così un frutto pasquale. Lo diventa la sua persona, la sua dedizione. La sua passione per i fratelli. Lo Spirito del Crocifisso risorto trasforma un discepolo in apostolo, scelto per essere totalmente a servizio della Comunità e dell’umanità. Perché il mandato è sempre universale: in tal modo don Pietro testimonia che ci libera dagli inferi Colui che ha versato il proprio sangue per la salvezza del mondo.
Nella recente messa crismale ci siamo messi alla scuola della lavanda dei piedi, non di una teoria ma di un gesto che, raccogliendo l’intera esistenza di Colui che si è fatto servo, ci ha indicato le direttrici per una conversione permanente.
La pagina del vangelo di questa terza domenica di Pasqua consegna a te, caro Pietro, e, allo stesso tempo, a noi tutti, non solo ministri ordinati, un’altra scuola nella quale farci discepoli. Ci è indicata infatti la scuola della via di Emmaus. O meglio, la scuola del pellegrino che si affianca con una speranza, sulla strada della delusione personale, di una viltà che mette in fuga e di una comunità smarrita e disgregata.
Il volto, scolpito dalla tristezza, di questi due viandanti rivolti al passato, a causa di quello che è successo, lontani dalla comunità dei discepoli, descrivono per molti versi gli stati d’animo di molti battezzati che oggi si trovano in una condizione di sfiducia. La risposta più frequente è di prendere le distanze anche dalla comunità e dal suo ritrovarsi. Non possiamo negare che anche il nostro cuore di pastori può essere segnato da questo clima. Eppure Emmaus diventa sinonimo di speranza. Sediamoci a questa scuola.
La prima indicazione che Gesù ci consegna è raccolta nel suo avvicinarsi e nel camminare con loro. Non ci è detto quanto cammino gratuito ci sia stato lungo quella strada, percorso senza una parola, senza essere reso partecipe della loro delusione. La prima qualità da maturare è quella della discreta presenza. Dove l’amore, la passione coincide con i passi ritmati su quelli che si affiancano al nostro passo, abbandonando la logica del risultato da misurare. Non è tempo perso lasciar spazio ai ‘loro discorsi’. Pur impegnativo, è indispensabile sopportare il peso di ciò che l’altro vive, perché è uno dei significati della responsabilità (dal latino res pondus): prendersi cura del peso delle cose, dei vissuti, delle parole e dei silenzi. Leggevo in questi giorni una sottolineatura della responsabilità: “In sostanza, si è responsabili non tanto per quello che si fa, ma per quello che non si fa, mentre si potrebbe farlo” (S. Zamagni). Il rischio molto diffuso è di tenere le distanze, rallentando o accelerando il passo, perché disarmati dal ‘non sapere quello che si può fare’. Quando invece essenziale è stare. Affiancati. Anche se per un certo tratto, senza parole o solo con qualche domanda.
Al contempo la responsabilità ci ricorda anche ciò che possiamo donare, che dobbiamo offrire: una Parola altra, rispetto ai luoghi comuni, rispetto alla cronaca. Una presenza che apre gli occhi su ciò che ancora non si vede. Nell’avvicinarsi di Gesù è interessante notare che non è lui a dare risposte, ma mette nelle condizioni i due di arrivare a dare un giudizio su quello che hanno vissuto, a partire dallo svelamento delle Scritture. Vediamo che questa strategia non produce immediatamente frutto, perché i discepoli non sono convinti dalla chiarezza della presentazione delle Scritture; sono piuttosto le parole di Gesù che scaldano i loro cuori. Infatti solo più tardi riconosceranno che il loro cuore ardeva “mentre egli conversava con noi lungo la via”. Scaldare il cuore con una parola che apre ad una nuova prospettiva è ciò che è richiesto ad un presbitero. Quel calore è ciò che apre alla richiesta di restare con loro; è ciò che fa sentire ancora vivi, nonostante quello che può essere accaduto. E’ quel calore a rianimare la speranza, venuta meno. Anche oggi c’è una domanda di relazioni vere che aprono a passaggi di fede, che rianimano cuori spenti. Le relazioni sono autentiche nella misura in cui esprimono un reale interesse per ciò che una persona vive e si alimentano di una presenza più grande di noi. Non dimenticarti, Pietro, della tua identità sacramentale: sei presenza e azione di Cristo risorto presso tanti fratelli e per la comunità.
La terza lezione da cogliere e maturare, in realtà quella decisiva, è proprio lo spezzare il pane. Gesto che è preceduto dall’annotazione: “Egli entrò per rimanere con loro”. Come decide il Risorto di rimanere con loro? Proprio nella frazione del pane: rimanere come pane spezzato, donato. Il gesto eucaristico non parla di morte, al contrario, narra la vita plasmata dall’amore. La consapevolezza della centralità dell’Eucaristia non è riducibile al momento celebrativo e rituale. La sua forza si scatena nel momento in cui dice la verità della vita di una comunità che vive relazioni autentiche. Chi presiede il momento liturgico è chiamato a presiedere la vita di una comunità, a custodire la ricchezza non solo ‘affettiva’ delle relazioni, relazioni generate dal mistero della Pasqua. Il lungo cammino di Emmaus (non temporale ma esistenziale) ha come effetto sia di ridare fiducia e speranza ai due discepoli, che di far ritrovare la comunità che era stata abbandonata. Ricomporre attorno allo spezzare il pane l’unità disgregata è il servizio che è richiesto al pastore. Senz’altro la sfida più impegnativa che nel corso dei secoli ha messo alla prova la comunità dei discepoli di Gesù. Con il senno di poi si capisce perché Gesù, prima della sua passione, abbia assicurato di pregare perché i suoi fossero una cosa sola (Gv 17,20-21). Le forze che portano a disgregare sono in noi e sono fuori di noi, ma il segno della comunione, dell’unità, della ricomposizione delle differenze resta nel tempo il codice della credibilità della comunità e del discepolo, generati dalla Pasqua di Gesù.
Il Signore, caro Pietro, custodisca te e il ministero che ora ti è affidato dentro a questa scuola, la scuola della via di Emmaus.



