Pavia 2Ts 2,1-3a.13-17 Mt 23,23-26
Questa celebrazione, che apre i festeggiamenti in onore di Sant’Agostino, è orientata al momento della sua conclusione: il gesto dell’ostensione delle reliquie del Santo per la venerazione. Una tradizione che aiuta a sentire e vedere Agostino nel suo avvicinarsi a noi, nel venire incontro alle nostre persone e a questa comunità. Si realizza, simbolicamente, l’incontro non solo tramite i suoi insegnamenti, ma anche la sua persona. Noi siamo debitori della presenza dei santi che sono sempre esegesi della Parola di Dio che incrocia la nostra esistenza e il nostro tempo, come stasera. La loro persona e i loro insegnamenti confermano la veridicità e la credibilità di ciò che il Signore rivela.
S. Paolo nella prima lettura invita la comunità di Tessalonica a non lasciarsi confondere (la mente) e allarmare. A questo invito segue la forte esortazione: «Nessuno vi inganni in alcun modo!». «Perciò, fratelli, state saldi, e mantenete le tradizioni che avete appreso». Ogni stagione ha i propri affabulatori e chi si dedica con successo all’inganno. Perché troppo spesso i nostri bisogni di sicurezza diventano un invito a proporci soluzioni rassicuranti, risposte illusorie a basso costo. Ci facciamo, più o meno avvertitamente, complici dell’inganno ogni volta che cerchiamo e riponiamo le nostre sicurezze sull’immediato, quando cerchiamo di tenere tutto sotto controllo, l’esistenza, le relazioni, la fede stessa. L’Apostolo in quel contesto raccomanda di ‘stare saldi’, precisando ‘nelle tradizioni apprese’ sia dalla sua parola che dalla sua lettera. È frequente confondere la traditio (ovvero ciò che abbiamo ricevuto in ordine alla fede) con le tradizioni, le abitudini.
Oggi più che mai l’instabilità e la precarietà, generate dai profondi cambiamenti e veloci mutamenti culturali, inducono a rincorrere forme rassicuranti, che coincidono con comportamenti identitari, espressioni di tradizioni passate o, al contrario, con l’appiattirci sulla mentalità diffusa e sul senso comune di pensare e di agire, per non essere diversi dagli altri.
Ripercorrendo le intuizioni di S. Agostino, colgo una specie di paradosso nel suo pensiero: se c’è una stabilità la troviamo in una condizione di ricerca, in un cammino permanente. Egli la riassume nella postura del viandante, dove il cammino è un progredire, per il quale non c’è ragione per pensare di aver finito.
Si potrebbe dire che ci garantisce lo stare saldi solo il rimanere discepoli-in-cammino. Perché in questo modo ci si radica non in noi stessi, in ciò che ripetiamo, ma nel Signore Gesù. È lui che ci rende saldi. Perfetto è chi è in cammino, anche se consapevole che la meta non è raggiunta, e quindi che non è nel suo possesso. «Quando l’uomo penserà di aver finito allora incomincerà» (De Trinitate, IX, 1.1).
Il ricorso a forme rassicuranti di vario genere è riconducibile a quel formalismo di cui parla Gesù nel vangelo, per il quale si affida alla cura dell’esterno la sensazione di sentirsi a posto. Mentre Gesù collega e annoda i piani di una persona (quello interno e quello esterno), così da renderli comunicanti.
Nel richiamo forte di Agostino all’interiorità, come ha ricordato papa Leone proprio qui a Pavia, troviamo l’invito a vivere la circolarità virtuosa tra l’azione e l’interiorità. È cecità grave e quindi ingannevole quella di mantenere separati l’agire dalla verità di noi stessi. Perché se è vero che è dal cuore dell’uomo che escono le azioni malvage, è altrettanto vero che l’agire inquina il cuore. Eppure, questo ce lo testimonia Agostino, è nel cuore dell’uomo che abita la verità e dalla sua conversione ogni agire viene illuminato e salvato.
Questa celebrazione e questi giorni che ci introducono nella solennità di S. Agostino siano sostenuti e accompagnati dal coraggio che caratterizzò Agostino nel cercare la sua stabilità nel suo essere discepolo di Colui che abitava il suo cuore, anche quando quel cuore era sotto il dominio dell’inganno. Ci vuole fiducia – chiediamola – per affidarsi a quella ricerca di chi oltrepassa ogni nostra meta: “Cerchiamolo per trovarlo, e cerchiamolo ancora dopo averlo trovato. Per trovarlo bisogna cercarlo, perché è nascosto, e dopo averlo trovato, dobbiamo cercarlo ancora, perché è immenso” (Commento al Vangelo di San Giovanni, 6,1).


