Un uomo armato, soldato della legione Tebea, ma con la spada riposta nel fodero. È l’immagine che la tradizione ci consegna del nostro Patrono nel suo compito di custodire la città, non con la forza, ma con la capacità di costruire relazioni vere: nella sua omelia alla messa per la festa di Sant’Antonino il 4 luglio il vescovo mons. Adriano Cevolotto ha affidato al Patrono di città e diocesi l’intera comunità piacentina. La celebrazione, animata dal Coro della Cattedrale gudiato da Elsia Dal Corso, è stata trasmessa dalla web tv della diocesi; hanno concelebrato con mons. Cevolott, insieme a numerosi sacerdoti e diaconi, il vescovo emerito mons. Gianni Ambrosio e il vicario generale don Giuseppe Basini.
Il vero nemico
Se nel passato – avverte il Vescovo – la custodia di una città richiedeva la costruzione di una cinta murata, perché il nemico poteva attaccarla e conquistarla, oggi i pericoli sono di altro genere, più difficili da individuare. Il nemico, spesso, non è esterno, ma interno, e risiede nella nostra incapacità di creare convivenza nella diversità degli elementi che compongono la “civitas”. Il vero nemico è dire all’altro: “Non ho bisogno di te”.
Il valore dell’appartenenza
Mons. Cevolotto ha sottolineato il valore dell’appartenenza: ciascuno è parte di una realtà più grande e il suo valore gli viene proprio da questi legami. La qualità di un corpo è nel grado di appartenenza che esprime. Ci sono tanti modi però – ha puntualizzato il Vescovo – per affermare che l’altro non ci interessa e che ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.
La vera strada perciò è cercare le ragioni del valore dell’altro. La domanda a cui rispondere è: “perché ho bisogno di te?”. Solo così si scoprirà il valore dell’altro e la sua complementarietà con noi.
Il ruolo delle istituzioni
La riflessione del Vescovo si è poi soffermata sul ruolo delle istituzioni, da quelle politiche, amministrative, religiose, militari e giudiziarie, a quelle scolastiche e familiari.
Diversi episodi di cronaca anche nel nostro territorio – ha esemplificato il Vescovo – confermano la perdita del rispetto verso le istituzioni e i loro rappresentanti, e non solo tra le nuove generazioni. Si delegittima l’autorevolezza delle figure istituzionali, si avverte il debole senso di rispetto dei figli verso i genitori e verso gli adulti in genere, insieme a una debole alleanza tra gli adulti stessi.
Alle istituzioni è chiesto svolgere il proprio compito con credibilità e di responsabilità, non con un profilo minimalista, ma esprimendo il meglio di se stessi. Altrimenti cresceranno la disaffezione dei cittadini verso la politica e di qualsiasi funzione di governo. Nessuno può essere da solo regola a se stesso.
L’Antonino d’Oro 2026 ad Africa Mission
L’attenzione del Vescovo si è poi concentrata sulla realtà di Africa Mission Cooperation and Development che riceve il Premio Antonino d’Oro a cento anni dalla nascita del suo fondatore, don Vittorio Pastori. Questa associazione è nata con l’appoggio e la spinta del vescovo Enrico Manfredini per rispondere a una richiesta proveniente da uno dei Paesi più poveri dell’Africa.
Questa esperienza di solidarietà ha contribuito a far sentire Piacenza maggiormente parte del mondo. L’acqua che esce dai pozzi in Uganda – ha sottolineato mons. Cevolotto – serve anche a lavare i nostri occhi, che troppo spesso si spengono e si chiudono. Abbiamo bisogno di avere sguardi che incrociano i volti che continuano a manifestare le contraddizioni delle sperequazioni tra il nord e il sud del mondo. Abbiamo bisogno per crescere in umanità, per non chiudere gli orizzonti e per non diventare ossessionati di pericoli inesistenti.
Al termine della celebrazione, il Premio Antonino d’Oro, patrocinato dalla Famiglia Piasinteina, è stato consegnato dal Vescovo al dott. Carlo Antonello, presidente di Cooperazione e Sviluppo, a Carlo Ruspantini, direttore di Africa Mission Cooperation and Development, e a don Maurizio Noberini, presidente di Africa Mission.



