Sir 50,1.3-7 Gal 6,14-18 Mt 11,25-30
Un cordiale saluto a tutti, a tutte le autorità, a tutti i fedeli che sono convenuti a celebrare San Francesco in questa Basilica che ha un significato particolare. Essa si affaccia su Piazza Cavalli, quasi un legame tra la città, il cuore della città e questo santo di cui oggi celebriamo la festa, che è anche la festa del patrono, uno dei due patroni d’Italia insieme a Caterina da Siena. Ci lasciamo accompagnare da questa vicenda umana e spirituale di Francesco, un grande puzzle che si compone e si deve ricomporre sia perché possa continuare a manifestare la sua grandezza, la bellezza e l’attualità in ogni tempo, sia per cogliere la trama di quanto il Signore ha compiuto in quest’uomo attraversato da un’inquietudine salutare.
“Ecco chi nella sua vita riparò il tempio” (…)” avendo premura di impedire la caduta del suo popolo, fortificò la città nell’assedio”. Il Siracide dedica una serie di capitoli per fare l’elogio dei Padri d’Israele e queste parole si riferiscono ad un sacerdote, ai più sconosciuto, ma che è ricordato perché ripara il tempio e fortifica la città. La liturgia del proprio di S. Francesco ci propone questo testo come chiave interpretativa dell’opera del nostro santo. Ci sono note le parole che il Crocifisso di S. Damiano rivolge a Francesco: “Va, Francesco, e ripara la mia casa che come vedi va in rovina”. Parole che subito interpretò in riferimento a quella piccola chiesa in stato di abbandono che andava in rovina. Francesco prese alla lettera quell’invito, che avrebbe potuto lasciar cadere come frutto di suggestione. Al contrario, inizia di persona da quella chiesa, da quell’edificio a riparare con le sue mani i muri cadenti. Ma ben presto lo sguardo si allarga e quella “casa”, la casa a cui si riferisce il crocifisso, non è più un edificio, ma si estende alla Chiesa, per poi allargare i confini e identificarsi con il mondo. La ‘sua’ casa diventa ogni spazio dove ciascuno e tutta l’umanità può trovare casa, ospitalità. Ebbene: possiamo prendere l’immagine della casa da riparare come la cura di ogni ambiente di vita che viviamo o che ci è affidato.
È fuori dubbio che Francesco individui l’inizio di una ricostruzione in un cambio di prospettiva, in una vera e propria conversione, ma prima che una conversione morale, si tratta della conversione del suo modo di stare al mondo, di relazionarsi, di considerare l’altro.
È lui stesso che nel suo testamento ricorda l’inizio dell’opera di Dio: “quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi”. Il Signore lo condusse da loro e “usai con essi misericordia”. Espressione questa che non significa un sentimento interiore, ma un gesto di prossimità, usare misericordia richiama il racconto evangelico del Samaritano (Lc 10,25-37). Il superamento cioè della distanza che si pone con tutto ciò che suscita repulsione e paura. Ciò che l’ha trasformato è stata la decisione di colmare distanze generate da ciò che non si conosce, dalla paura che ne deriva, dal sospetto della minaccia che ogni ‘altro da sé’ suscita. È importante allora ciò che consegna ai suoi frati: ordina loro di non portare nulla con sé, se non un saluto: “pace a questa casa”. Inviati anche loro a riparare ogni casa con l’augurio di bene per eccellenza: la pace. Indipendentemente da chi abita quella casa. Si presentano con l’intenzione che sostiene la loro visita: essere annunciatori di pace. Sono lì, bussano a quella porta e entrano in quella casa perché lì possa dimorare la pace. A pensare è il modo discreto di entrare nella vita delle persone facendo abbassare le difese istintive. Con questo saluto viene sgombrato il terreno da ogni timore che l’altro sia un intruso, un pericolo o un nemico.
Ieri, al Convegno ecclesiale, consegnavo l‘esigenza, che diventa urgenza, di far crescere una generazione di “tessitori di legami, tessitori di comunità”. Davanti alla sindaca e alle autorità convenute per la tradizionale consegna dell’olio a colui che è patrono d’Italia posso dire che questa consegna vale per ogni ambito e ogni responsabilità che ci è affidata. Se la ‘casa comune’ (per papa Francesco era il creato abitato) mostra delle crepe, è fessurata, rimane attuale l’invito del Crocifisso: “Va’… ripara la mia casa”.
A pensarci, il Patrono che ci è dato non è potente, non è colui che interviene o – come diceva qualcuno – ‘il fuoriclasse che cambia l’andamento della partita’. Francesco ha fatto pochi miracoli, ha lasciato poche opere, come invece altri santi hanno fatto, ma una capacità di creare grandi trame di relazioni, anche con il Sultano, trasformando il Mediterraneo da mare di separazione a via d’incontro. Il segreto lo possiamo individuare nella sua scelta di essere un ‘minimo’, un piccolo. Un modo singolare di stare al mondo, lasciando prevalere l’opera di Dio perché il porsi come ‘minimo’ è la condizione per cogliere gli altri come fratelli, in una relazione di fraternità con tutti. I fratelli non ce li scegliamo, non con tutti ci sono legami felici, ma alla fine rimangono fratelli e ci consegnano alla medesima origine: di essere donati gli uni agli altri. Forse è la profezia più grande che Francesco ci affida, in una società di figli unici: scoprire la parentela con l’altro.


