S. Maria di Campagna Sir 50,1.3-7 Gal 6,14-18 Mt 11,25-30
Come spesso accade, c’è un uso selettivo delle cose, delle persone, anche del vangelo e così succede anche per i santi: si prende qualcuno che confermi le proprie convinzioni tralasciando il messaggio che scomoda. Penso quanto sia vero anche nel caso di Francesco: c’è una sua rappresentazione in linea con il nostro pensiero (ad es. il Francesco ecologista – operatore di pace – magari anche paladino della povertà della Chiesa). Di altri suoi messaggi si preferisce tacere o argomentare per sminuirne la portata. L’esempio più evidente è verso “sorella nostra morte corporale”. Con la morte (soprattutto la nostra, forse verso quella degli altri siamo meno sensibili) abbiamo intrapreso un combattimento epocale di rimozione e di lotta per conquistare l’immortalità. La vediamo nella illusione dell’eterna giovinezza, che arriva ai tanti investimenti per cercare di far morire la morte.
Sorella? chi, spontaneamente e cordialmente, riesce a chiamare ‘sorella’ la propria morte corporale?
Ho letto un interessante commento al Cantico delle Creature di un neuroscienziato che, sulla morte, mostra come in natura la morte di qualsiasi essere vivente, anche del più piccolo batterio, sia un dono di vita per altri esseri viventi: “morti altruiste” le ha definite. Si arriva a chiamarle morti fondamentali, essenziali alla vita. Noi che opponiamo vita e morte, dovremmo fare i conti con il fatto che esse convivono.
Da quell’osservatorio c’è una conferma della lezione di Francesco, Il quale guarda alla morte corporale non come la fine della sua identità, che si consumerebbe attraverso la morte. Decisiva è piuttosto la seconda morte, vale a dire quella che riguarda la vita che Dio ci assicura attraverso la morte.
Francesco chiama e vive la morte come sorella, della quale la sua vita ha bisogno per rimanere umana e per aprirla al compimento, vale a dire la piena comunione con l’origine della identità di ciascuno. Per entrare in questa logica, ritengo che ci possa aiutare il fatto che noi non siamo semplicemente esseri umani, non siamo solo creature, ma siamo figli e figlie, per cui la nostra identità la riconosciamo con il venire al mondo, e la determiniamo in quella relazione che costruiamo nelle decisioni che mettiamo in atto: ”beati quelli che troverà nelle tue santissime voluntati”. Ma la nostra identità si compirà in una vita di piena comunione con il Suo Amore, dal quale abbiamo origine. Noi trascendiamo la nostra corporeità e temporalità.
“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi (…)”, oppressi dal potere della paura della morte, stanchi di lottare in modo impari con ciò che abbiamo trasformato in un pensiero da allontanare, in una parola da evitare, in un discorso bandito. Così la vita, senza sorella morte, è diventata tiranna. Tutto ha perso la sua misura e diventa angosciante… “Venite… e io vi darò ristoro”. Francesco ha accolto gli inviti di Gesù trovando così la pace, che, dopo aver vissuto, è diventata un saluto, una benedizione


