Incontro con i sacerdoti e i diaconi
Seminario Vescovile – 04.06.26
Pensando alla festa del Sacro Cuore mi sono soffermato sulla simbologia del cuore che in una parte (del corpo) dice il tutto (di una persona). Viene usata l’espressione: “è una persona di buon cuore”, “ha un cuore…”, “ci mette il cuore”. Come pure, per esprimere il dolore: “è stato un colpo al cuore”. In questo senso il cuore esprime il modo di essere e di stare in relazione con le persone e con il mondo. Non a caso esso è usato tantissimo nella Scrittura: per esprimere la condizione escatologica dell’alleanza (“Vi darò un cuore nuovo”, Ez 11,19); per sottolineare che bisogna amare con tutto il cuore e ugualmente servire il Signore (Dt 6,5; 10,12); come pure per evidenziare la generazione di pastori che corrispondono al cuore di Dio, al Buon Pastore (Ger 3,15). Ma nel cuore è riassunta pure l’ostinata e colpevole chiusura (la “sclero-cardia”, cioè la durezza di cuore, il non voler capire, Mc 6,52).
Questa veloce e parziale carrellata a ricordarci quanto l’immagine del cuore appartenga al simbolico umano e alla rivelazione biblica e perciò sia capace di istruirci sulla nostra esistenza credente e vocazionale.
Dentro a questo percorso di memoria della storia di questa devozione, che tra di noi ha una lunga e fruttuosa tradizione, mi è venuta alla mente l’iconografia del Sacro Cuore che generalmente mostra un cuore ferito, trapassato e sanguinante. Il riferimento è al cuore di Gesù trafitto sulla croce: che dice l’amore dato senza trattenere nulla. Ma nello stesso tempo ci ricorda che non c’è amore, non c’è passione, dedizione che non sia soggetta a qualche ferita e al conseguente dolore ‘lancinante’. Per evitare una devozione che si trasformi in devozionismo, all’interno di una spiritualità disincarnata e facilmente sublimante, credo sia fecondo sostare su questo ‘cuore trafitto’. Vorrei perciò suggerirvi un’intuizione spirituale che ci possa guidare: guardando a Gesù attraverso quello squarcio del costato procurato dalla lancia noi vediamo uscire sangue e acqua, che nella tradizione patristica sono stati interpretati come il battesimo e l’eucaristia. Da questa intuizione vorrei proporre una riflessione che ci fa scoprire come la strada della violenza e delle ferite può diventare la via della grazia.
Ho avuto occasione di leggere la riflessione che mons. Erio Castellucci ha rivolto ai suoi preti prima della Messa Crismale. Invito anche voi a leggerla e a meditarla, perché l’ho trovata puntuale e stimolante. Il tema affrontato è “Le crisi dei presbiteri” o “le crisi dei ministri ordinati”, richiamando in questo modo che la situazione attuale (di crisi) coinvolge sia diaconi che vescovi. Dopo aver evidenziato alcune macro-aree nelle quali si manifestano le crisi che interessano i preti, mons. Castellucci si sofferma a sottolineare il fatto che le crisi presbiterali sono sintomi di crisi che interessano la Chiesa e il mondo a livelli diversi. E giunge a questa considerazione:
“Allora ci possiamo chiedere: se in questo contesto critico la Chiesa non fosse in crisi, sarebbe davvero la Chiesa di Gesù, Verbo fatto carne, o non sarebbe – permettete – la Casa di Heidi? Non sarebbe una specie di camera iperbarica, dove si respira solo ossigeno, mentre il mondo vive anche di anidride carbonica? La Chiesa deve essere in crisi, deve vivere le crisi del mondo, altrimenti c’è qualcosa che non va. Gesù non ha radunato la comunità dei discepoli dentro a luoghi protetti, ma nelle strade, nelle rive del lago, nei villaggi e nelle case; e l’ha inviata non per creare delle élites privilegiate, ma per offrire a tutti, in qualsiasi condizione, un messaggio di salvezza”.
Non credo che dobbiamo consolarci per il fatto che le crisi non siano solo di noi ministri, ma piuttosto faccio mia la prospettiva per la quale viviamo questa condizione perché siamo incarnati dentro ad un preciso momento della storia, con i dinamismi che respiriamo a pieni polmoni., provocando conseguenze che si imprimono nella stessa nostra carne.
“La condivisione delle crisi del mondo, dunque, fa parte della natura della Chiesa, cioè di tutti i battezzati, che vivono il discepolato, e anche di quelli che abbracciano l’apostolato come vocazione. Il punto è di impastarsi con le crisi del mondo senza mondanizzarsi, condividere gli effetti delle crisi contrastando le cause delle crisi”.
- MINISTRI DAI CUORI FERITI
Se il nostro riferimento è e rimane la persona di Gesù, Buon pastore, e se oggi stiamo contemplando il suo Cuore quale criterio del nostro essere a servizio del Vangelo e della missione, allora non possiamo sorprenderci che i nostri cuori partecipino del suo Cuore trafitto. Non viviamo da rassegnati di fronte a queste ferite ma chiediamo piuttosto che attraverso di esse la grazia di Dio possa manifestarsi. Per noi e per il mondo.
In questi giorni molti di noi stanno celebrando degli anniversari di ordinazione e credo sia spontaneo, con la gratitudine, registrare come sia cambiato il nostro cuore, e a partire da che cosa: quali situazioni, esperienze, fatiche o gioie ci hanno modellato il cuore? Di solito sono le ferite che ci induriscono, con meccanismi di difesa. Le gioie del ministero, al contrario, ci sostengono e ci fanno ‘volare’. Sono altrettanto convinto che anche momenti di prova e di dolore sono in grado, se vissuti e passati per il vaglio della fede, di aiutarci a ritrovare slancio, a purificare il cuore.
Ci chiediamo che cosa oggi ci ferisce, che cosa fa male al mio cuore di pastore? Quali effetti riconosco in me?
Ho individuato quattro motivi che possono essere causa di ferite.
- Ci sono le ferite che ci vengono inflitte da chi ci è vicino, da qualcuno che avevamo considerato amico, su cui avevamo investito in fiducia e in familiarità. In particolare tra i preti (diaconi). A volte esse sono generate da invidia o gelosia, ma altre volte – dobbiamo essere onesti – possono essere indotte da protagonismi che attingono ad un accentuato narcisismo. Come sempre ogni situazione, dopo l’iniziale sofferenza, merita di essere letta, in un discernimento spirituale, evitando per quanto possibile di attribuire colpe a qualcuno con la corrispondente auto-assoluzione.
- Ci sono le ferite che associamo a incomprensioni da parte di chi ha responsabilità, in modo diretto o indiretto, nella nostra vita e nel nostro ministero. Non di rado il carico di attese nei loro confronti è così alto da diventare severi giudici di fronte a qualsiasi delusione, implacabili censori di fronte ad attese non corrisposte, a riconoscimenti mancati.
- Ci sono poi tutte quelle ferite che provengono dal nostro ministero: gli insuccessi, la mancata corrispondenza da parte delle persone producono sofferenza e un senso di ingiustizia. È spontaneo in queste esperienze veder crescere la rivendicazione, l’amarezza per il mancato riconoscimento di tutto l’impegno profuso. Ferite che con difficoltà riconduciamo anche al nostro livello di pretesa di riconoscimento: ci risentiamo se non ci viene dato il riconoscimento che aspettiamo. Ci ferisce ugualmente quando reagiamo con la rinuncia: anche questa azione si ritorce su di noi facendoci patire la mediocrità nella quale, in questi casi, tendiamo a cadere: “ho perso l’entusiasmo, la passione… non sono più quello che ero un po’ di tempo fa”. Una ferita nella ferita.
- Ci può ferire e provocare anche il senso di inadeguatezza che proviamo verso qualche ambito della pastorale. Facciamo i conti con quel senso di impotenza che ci porta a dire: “non sono fatto per… “.
Ci farebbe piacere e sogneremmo domande alte da parte delle persone che ricorrono a noi, ed invece spesso constatiamo che ci considerano erogatori di servizi. Siccome quello per cui abbiamo offerto la vita ci sta a cuore, ci ferisce ogni banalizzazione del servizio, ridotto a prestazione dovuta.
Mi verrebbe da dire che le ferite non sono incidenti, sono piuttosto costitutive di ogni esistenza donata, offerta: è la inevitabile distanza che esiste tra la realtà, oggetto del dono, e il dono che non è mai aderente totalmente, non è mai su misura precisa. Per questa ragione siamo costretti a fare i conti con le ferite che ci fanno patire. Non si tratta di incidenti di percorso che non dovrebbero esserci, perché questo è solo nella nostra testa. A questo proposito ci basta ricordare che nel corpo glorioso del crocifisso i segni della passione rimangono, compresa la ferita del costato. Un costato aperto, violato ma dalla cui ferita continua ad uscire il frutto dell’amore. S. Paolo stesso confessa una ferita, una ‘spina nella carne’ che chiede al Signore gli sia tolta, ma il Signore gli risponde come sappiamo: “Ti basta la mia grazia” (2Cor 12,9). Una conferma ulteriore che la vita apostolica è segnata da una qualche ferita che rimane, ma rimane curata, avvolta dalla grazia.
“Paolo è un uomo ferito nella sua propria carne. La sua ‘spina’ è un segreto tra lui e Dio, come segreta è la ‘spina’ che ognuno di noi ha conficcata nella propria carne. Non confondiamo la ‘spina’ con i nostri numerosi errori o peccati, anche se questi hanno con quella un rapporto, probabilmente, seppur indiretto. Cercando compensazioni al nostro dolore o cercando di illuderlo, finiamo per creare una divisione interna che è alla radice del nostro peccato. Il peccato germina sempre nella terra dell’esclusione, quando non siamo in grado di abbracciare la totalità della nostra vita. Il peccato è ciò che ci divide e che genera frammentazione intorno a noi.
La ‘spina’ è singolare. Si tratta di qualcosa di ineludibile, conficcato nel centro della nostra vita: un’assenza, uno spazio oscuro, una vecchia memoria irritante, una ferita che si ostina a restare aperta, un ‘oggetto’ estraneo che mette in discussione, ai nostri occhi, la bellezza dell’insieme. La ‘spina’ ci dice, ingannandoci, che non siamo degni di amore, anche perché, pensiamo noi, la sua esistenza è colpa nostra” (Carlos Maria Antunes, Vulnerabilità: terra dell’incontro, Qiqajon, p. 89-90).
L’autore sottolinea che la ferita o la spina tende a compromettere lo sguardo sull’insieme: lancia un’ombra su tutto ciò che facciamo e siamo. Questa è la sua forza.
- LE FERITE FERITOIE DI GRAZIA
Come ricordavo, da una parte dobbiamo evitare di dimenticare con realismo che il Sacro Cuore rimane un Cuore ferito e sanguinante, ma d’altra parte non possiamo fermarci a ciò che oggi continua a trafiggere i nostri cuori, prima di tutto perché non descriverebbe tutta la realtà che viviamo, né sarebbe la fenomenologia di noi presbiteri. C’è il rischio di assumere un vittimismo paralizzante. Un alibi.
Mi sembra tuttavia opportuno, vi suggerisco ogni tanto di farlo nei nostri incontri, dare un nome a ciò che ci ferisce per evitare che, non riconosciute e non condivise, le ferite alimentino una pericolosa tristezza e il bisogno di compensare il desiderio che c’è in noi di essere riconosciuti e stimati per quello che siamo, per la nostra vocazione. Credo che sia molto pericoloso che non ci sia riconosciuto il profilo spirituale e vocazionale del nostro essere e del nostro agire. Non perché siano gli altri a sostenerci, ma perché il senso del nostro agire è l’annuncio di Gesù e del vangelo. Se non viene minimamente riconosciuto questo profilo, rischiamo di appiattirci sul profilo del funzionario.
Ora vorrei suggerire alcune tracce per intravedere come dalle ferite si possono aprire vie di grazia.
- La forza del Vangelo non dipende da noi, ma può essere indebolita da quelle dinamiche che fiaccano il corpo ecclesiale e quello del presbiterio. La coscienza del valore che hanno le nostre parole e i nostri silenzi, le scelte di comunione e la condivisione, ad es., nel Vicariato, nelle Comunità pastorali o tra collaboratori, possono alimentare l’impegno a costruire relazioni di amicizia e di stima tra di noi. La grazia passa per il fatto che non ci scegliamo, ma siamo tutti scelti, non per affinità. Neanche, a dir il vero, per una estrema affinità con Lui. Non sappiamo perché ci ha scelti, ma ci fa condividere la stessa passione per il Vangelo. Aver patito la sofferenza che provoca la poca discrezione, le chiacchere, il discredito… ci fa intuire la gravità di assecondare questa logica: possiamo diventare a nostra volta feritori del cuore altrui. Possibili feritori o possibili guaritori di sofferenza. Non è vero che le ferite necessariamente alimentano altre ferite inferte. A questo riguardo vi suggerisco di meditare la splendida lettera di Davide Simone Cavallo, che ha trasformato un’aggressione subita da alcuni giovanissimi, con una ferita invalidante, in una nuova edizione dell’Inno alla carità. È un esempio chiaro di come una ferita possa trasformarsi in una offerta di grazia. Proprio questo esempio mi fa dire che ciascuno di noi ha un Inno alla Carità da riscrivere. A partire dalle ferite ricevute.
- Il rapporto con chi ha nei nostri confronti un ruolo di responsabilità è travagliato. Senza psicologizzare tutto, riconducendo la fatica alla relazione con il padre, dobbiamo riconoscere che la relazione con le figure di autorità è sempre laborioso. Come lo è l’esercitare il ruolo di autorità. Oggi si registra un diffuso sospetto verso l’autorità perché c’è un carico di attese molto alto e una limitata disponibilità al dialogo. Eppure questo tipo di rapporto per noi è importante perché si radica in questa relazione la nostra identità e il nostro ministero (il legame con il Vescovo). Fiducia e sincerità sono alla base e si conquistano nel tempo. Non dimentichiamo che tutti viviamo al contempo l’autorità da riconoscere e quella da esercitare. Sono convinto che solo se riusciamo a vivere verso l’autorità un rapporto sereno riusciremo a esercitarla a nostra volta in modo costruttivo e promuovente. La maturità, come dicevo, non è un puro traguardo psicologico, ma si precisa anche nell’ordine della fede perché riconosciamo che la nostra esistenza vive di obbedienza (che non è esecuzione di un comando!). In essa si riconosce una relazione che ci costituisce, che ci precede e che siamo chiamati ad accogliere. Non siamo autoreferenziali. La grazia che possiamo vivere dentro a questa ferita è l’accoglienza di rapporto che si matura nella docilità a ricevere un bene che ci supera. Per cui neanche quando esercitiamo l’autorità siamo possessori del bene e della verità. Oggi c’è un estremo bisogno di riscattare il valore dell’autorità.
- La grazia passa sicuramente anche attraverso le ferite, di vario genere, che ci vengono dal ministero pastorale. La complessità con la quale stiamo facendo i conti e la fatica di trovare la quadra a questioni così grandi relative alla trasmissione della fede, alla appartenenza ecclesiale, all’adesione alla logica cristiana del vivere e del morire, ci obbliga a far nostro quello che s. Paolo scrive: “Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). Viene a mancare sempre di più quel riconoscimento sociale per il quale il sacerdote era tra coloro che contavano. Lo stesso criterio dell’efficienza e delle strategie vincenti non sembra oggi pagare come (forse) per il passato. Potremo vivere da frustrati oppure riconoscere vera e necessaria la logica maturata da Paolo stesso. E se la nuova stagione dell’evangelizzazione ci chiedesse questa conversione? Di assumere la logica della debolezza paolina? Sarebbe un ricentrarsi, un po’ forzato, su Gesù. La grazia che ci attraversa in queste ferite pastorali può diventare portatrice di una gratuità che ci purifica da ricerche, più o meno riconosciute, di noi, piuttosto che del vangelo. Potrebbe essere utile chiedersi: patisco per me o per il vangelo? O forse, in che misura viene ferito il mio orgoglio?
- Se è vero che stiamo male di fronte a certe richieste della gente, dobbiamo riconoscere che ci è possibile abbassare il livello del nostro servizio. La pigrizia, che produce un’indolenza spirituale e pastorale che ci fa assecondare le richieste di tanta gente, può farci smarrire la ragione vocazionale del nostro ministero. Allora la grazia in questo caso interessa noi, prima che gli altri, perché viene a rinnovare da parte del Signore la volontà di salvarci dalla mediocrità e dall’accidia che il tempo porta con sé. Perciò prima di aspettare che sia la gente a cambiare, a venire con le domande giuste, ci è chiesto di convertirci noi al Signore. Non dimentichiamo che anche Gesù incontra spesso persone con richieste ‘spurie’, aspettando, magari magicamente, una guarigione. Indifferenti al rapporto con Lui. Pazientemente egli parte da quella fede, dalla richiesta di cui sono capaci per educare alle domande più giuste.
Ho solo cercato di suggerire una prospettiva diversa di vivere un’esperienza umana, quella della ferita, diffusa nella nostra vita ministeriale e che potrebbe indurre solamente una chiusura e un atteggiamento rinunciatario. Spero che questo percorso possa essere di aiuto a recuperare lo sguardo sul cuore trafitto di Gesù, dal cuore è scaturita la forza del suo amore.
Concludo con quanto Papa Leone ci ha consegnato la settimana scorsa nell’assemblea generale della CEI. Oltre ad un forte invito ad avere coraggio, ci ha detto, e ci lasciamo con queste sue parole:
“È quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote. Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara”.



