S. Paolo At 4,1-12 Gv 21,1-14
In questa settimana di Pasqua, nella quale la Liturgia prolunga il mistero celebrato, ci troviamo a celebrare la Pasqua di don Bruno. Una Pasqua di Risurrezione, in cui don Bruno ha mostrato – anche nel suo testamento spirituale – di essere profondamente radicato: “(…) e immerso totalmente nella realtà della tua Passione, Morte e Risurrezione, Cristo Gesù, mio Signore, voglio accogliere consapevolmente il mistero della morte come passaggio alla vera “Vita” e mi preparo con gioia ad andare incontro a Te, mio Dio, certo della tua Misericordia (…)”. A questa sua professione di fede nel mistero pasquale vorrei aggiungere la fede testimoniata anche nella sua fedele partecipazione alla vita della nostra Chiesa e del presbiterio. Va letta come espressione del suo orizzonte ecclesiale l’ultima sua apparizione in pubblico il Giovedì Santo, nella messa Crismale, durante la quale ha rinnovato le promesse sacerdotali, e, a seguire, al pranzo in Seminario, in quell’ultimo posto di forte richiamo evangelico. Lì, per me e per molti di noi, è avvenuto il nostro congedo, quello sacramentale e quello familiare. In quel legame con il presbiterio e con il vescovo, si è manifestato il suo lungo servizio in ambienti formativi (nei seminari, a Bedonia e al Collegio) grazie al quale ha costruito una rete di relazioni vive, fraterne e… paterne.
Non solo nella stagione della sua anzianità, egli ha manifestato un’indole affettuosa molto viva. Scrive nel titolo del suo testamento (datato 2010): “L’ultimo abbraccio … – in attesa di ricongiungerci nella comunione dell’Amore che non avrà più tramonto – a tutti voi, a me regalati dal Signore…”. Don Bruno ci ha vissuti come doni, regali provenienti dal Signore.
Oggi nella pagina del quarto vangelo ci è riproposta la figura del “discepolo che Gesù amava”. L’aver declinato la sua memoria in termini grati, riconoscenti ci fa dire che così egli si è compreso: tra i discepoli che Gesù amava. Dentro ad un abbraccio d’Amore che proveniva dalle braccia stese sulla croce e da quelle del Padre di misericordia.
Se il vangelo ci indica in Giovanni la primazia del discepolato e del credente nella Risurrezione, lo è in forza di quell’amore che addirittura lo connota. È il suo nome: colui che “Gesù amava”. L’intelligenza dell’amore è potente. Anticipa ogni altra comprensione.
Il filosofo don Bruno non smise mai di essere illuminato da questa intelligenza del cuore. Appassionato della ricerca del sapere, si appassionava di ciò che andava scoprendo. Lo studio è stata un’occupazione a cui ha dedicato molte energie e tempo, ma non ha mai trascurato, forse più che le strategie pastorali, le relazioni umane facendo della sua comunità e delle persone che incontrava, la sua famiglia, i suoi familiari.
Potremmo attualizzare la pagina evangelica ascoltata come un suo ulteriore testamento: ad una comunità di discepoli-pescatori ridotta di numero (sono solo sette gli apostoli che vanno a pescare) e disorientata per la delusione di una pesca senza risultato, il discepolo che Gesù amava riconosce e indica: “È il Signore!”. Dalla profondità di un cuore abitato dall’Amore di Gesù, egli oggi ci invita a non soffermarci sulle fatiche vane, ma a dar credito alle parole del Risorto: “gettate le reti dalla parte destra della barca”. C’è un’altra parte della barca dove gettare le reti. Nel momento in cui si dà credito alla Parola del Signore, si riconosce il passaggio di Dio, anche dentro alle fatiche dell’essere pescatori.
Sull’esempio di questo nostro fratello nella medesima chiamata e nel ministero, chiediamo al Risorto di rinnovare la fiducia nei gesti quotidiani che non sono mai inutili quando sono spinti dall’Amore che ci fa intravedere Vita anche nei momenti di delusione. “Grazie a tutti, fratelli e sorelle, per il cammino di speranza percorso insieme verso l’Amore…”. Grazie a te, d. Bruno, a questo Amore ti consegniamo.



