Cattedrale

Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno”. È l’annuncio che Gesù affida alle due donne che stanno tornando dal sepolcro, correndo, all’alba del primo giorno della settimana. Nelle parole di Gesù c’è una promessa: ci assicura di abitare il nostro futuro. Innanzitutto comprendiamo che la risurrezione non avviene solo a suo benefico, perché immediatamente rilancia, da capo, la sua missione. Egli riprende il cammino con i suoi discepoli, rinnovando la fiducia in loro, indipendentemente dalla riuscita dell’esperienza appena conclusa. Ci ricorda che il cammino dietro a Lui si riprende di continuo, a partire da ciò che si è vissuto. Non solo. Da parte sua egli sarà presente da Risorto, cioè portatore della forza pasquale, dispensatore dello Spirito della risurrezione.

Il Risorto precede in Galilea: la Galilea era il luogo geografico da cui tutto è iniziato, ma anche il luogo, per la sua distanza da Gerusalemme e la sua marginalità, della vita ordinaria e di crocevia di popoli. Ci precede perché il discepolato prevede una sorpresa, un’anticipazione. C’è sempre un per-primo-di-Dio.

Leggendo le lettere dei catecumeni con la richiesta di ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana, ho avuto la conferma che per diversi il Risorto li aveva preceduti, suscitando in loro il desiderio della fede. Chi, nelle celebrazioni vissute da piccola, ha “respirato l’aria della fede”; chi nella testimonianza della mamma, battezzata solo qualche anno fa; chi in un’esperienza missionaria; chi in una spontanea preghiera suscitata dallo sguardo doloroso sul mondo; chi gustando la bellezza e la gioia di “sentirsi a casa” in parrocchia… Questi nostri fratelli e sorelle ce lo testimoniano: Gesù ci precede dentro alle vicende belle o dolorose per farci intravvedere una promessa di vita da accogliere, in cui credere, in cui sperare. Ci precede attraverso la fede di altri fratelli e sorelle.

Nelle parole di Gesù alle donne c’è un altro aspetto importante da accogliere, che rivela il cuore della Pasqua: “andate ad annunciare ai miei fratelli…”. Mentre l’angelo invia le donne “ai suoi discepoli”, Gesù li chiama fratelli. Cerchiamo di cogliere la portata della differenza tra le parole dell’angelo e quelle di Gesù. A chi Gesù invia le donne? Si tratta dei discepoli che l’hanno abbandonato fuggendo, sono i discepoli che lo hanno rinnegato, che stanno chiusi al riparo perché, impauriti, temono le conseguenze di essere identificati come quelli del Galileo crocifisso. Proprio loro Gesù chiama ‘miei fratelli’. In questo appellativo Egli manifesta il legame che ancora intrattiene con loro, che non dipende da come si sono comportati o si comporteranno, dalla loro coerenza e dalle garanzie di fedeltà. Gesù esprime così un amore che porta in sé il perdono. Verrebbe da dire che la ripartenza del cammino di discepolato avviene in nome della fraternità riconfermata. Il Risorto dà appuntamento a loro perché è il Padre che glieli consegna come fratelli. È una parola di speranza anche per voi, cari catecumeni, perché il Signore Gesù è fedele anche dentro alle nostre, alle vostre infedeltà. È capace di rilanciare con fiducia quella chiamata che in questo tempo avete riconosciuto. Non si vergogna mai di chiamarci fratelli.

Questo è il frutto della Pasqua per Gesù, che non rimane avvinto dal male subìto, dalla delusione che gli hanno procurato i suoi. Questo è il frutto della Pasqua per i suoi discepoli che scoprono che Gesù li ha salvati da una condanna con l’atto estremo di amore.

Ha così senso quel “Non temete!”, non abbiate paura -ripete a noi stasera- perché il vostro futuro è abitato dalla certezza di un amore più forte del male e della morte. Nell’augurio che ci scambiamo c’è l’invito a non rimanere schiavi della paura e vittime dei nostri fallimenti. È l’amore del Risorto che fa sbocciare di nuovo la Vita. Anche quella di ciascuno di noi. Buona Pasqua.