Cattedrale – Is 55,10-11 Mt 6,7-15

Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome”. Così il salmo responsoriale che la liturgia ci ha fatto pregare, in linea con il lungo Magnificat che don Anselmo ha steso nel suo testamento spirituale. Vi ha raccolto la sua lunga esistenza alla luce dell’amore del Signore per lui, che canta: “si è largamente manifestato attraverso tutte queste meravigliose persone”. In questo modo narra l’amore di Dio che ha profili molto umani e variegati, tratteggiati con aggettivi che ne esaltano le qualità e svelano il valore che esse hanno avuto per la sua persona, per la sua fede e per il suo ministero. Il suo Magnificat ci testimonia di come ogni incontro, ogni situazione ai suoi occhi fosse motivo di stupore e di gioia. È vero: “beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”.

Questo suo sguardo di benevolenza, che ha mantenuto fino alla fine, ha reso realmente familiari le persone che ha incrociato. Son ben ricordati i familiari di sangue, per i quali ha coltivato profondi legami di affetto e di riconoscenza, ma c’è un eguale ricordo per quanti nel Signore ha riconosciuto fratelli e sorelle, padri e madri, figli e figlie. “Sento che un po’ della loro vita mi appartiene”. Non è altro che quel centuplo che Gesù promette a chi, lasciando tutto, lo segue.

Mi ha fatto piacere che nel suo Magnificat ci siano anche i vescovi, primo fra tutti mons. Malchiodi che, scrive, lo ha chiamato a condividere la sua vita e i suoi familiari, chiamandolo al suo diretto servizio come segretario. In un momento segnato dalla debolezza fisica, quella vicinanza rappresentò una delicata carezza del Signore. La medesima paternità la vivrà anche in seguito con i successori (in particolare con mons. Monari).

A conferma della profezia di Isaia ascoltata, possiamo dire che la Parola uscita da Dio e caduta sulla terra della sua umanità ha portato frutto in lui e in quanti l’hanno incontrato. Un terreno il suo esaltato per l’opera di Dio accolta con disponibilità. Con le parole del salmo d. Anselmo sembra raccomandarci: “guardate a Lui e sarete raggianti”. Sono certo che la serenità che traspariva dal suo volto in ogni incontro avesse proprio nel Signore la sua origine.

La liturgia della Parola del giorno ci ha offerto la preghiera del Signore: in essa Gesù raccoglie tutte le nostre preghiere. In questa occasione è raccolta la dimensione orante della vita di don Anselmo. Nel suo testamento ritorna la preghiera che si annodava con il  ministero e con gli incontri che gli erano dati. Egli prolungava nella preghiera il suo servizio sacerdotale e la memoria grata verso quanti avevano segnato la sua vita e che – come direbbe S. Paolo – gli erano diventati cari.

Se nel Padre nostro le invocazioni della seconda parte riguardano la vita con le sue esigenze, nelle prime tre siamo immersi nell’orizzonte dentro il quale ogni esistenza trova il suo senso e la sua misura: “sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”. È l’orizzonte che ora si apre e diventa per don Anselmo il suo oggi, il suo compimento. Ciò che ha pregato, invocato quotidianamente ora trova risposta nel compiersi delle promesse di Dio. Don Anselmo, nelle sue ultime ore di coscienza, ha detto: ”Adesso ho fame del Signore”. Nella semplicità che lo ha caratterizzato ha espresso il desiderio del cibo che nutre il cuore dell’uomo, che sazia la fame di amore. Ecco il cibo, il viatico che apre all’incontro con il Signore, che dischiude al banchetto preparato per i suoi servi fedeli.

Non senza aver innalzato al Signore il necessario ‘miserere’, che nasce dalla consapevolezza della nostra incapacità di corrispondere pienamente al suo Amore, e che non ha fatto mancare nel suo testamento, con fiducia ora lo accompagniamo all’incontro con il Signore. Facciamo nostre le sue parole di consegna: “Mi affido pienamente all’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre dolcissima, per chiudere i miei giorni tra le braccia di Gesù Salvatore”. Amen.