S. Nicolò

Questa giornata, la quarta, che la Chiesa italiana propone di preghiera per le vittime e i sopravvissuti degli abusi ha due fuochi inseparabili: chi ha vissuto il dramma dell’abuso, le cui conseguenze si estendono a chi è partecipe di quella ferita (penso in particolare ai genitori/familiari) e la comunità che, con la preghiera, si prende carico di questa sofferenza e si ripensa, sempre da capo, attorno alla custodia delle proprie relazioni.

Il tema di quest’anno: “Ritessere fiducia” parte dall’amara constatazione che ogni abuso è “un tradimento e una rottura nella fiducia, che investe non solo vittima e abusante, ma tutto il contesto in cui ciò accade” (dott.ssa Griffini). La fiducia è l’anima di una comunità.

Usando il riferimento evangelico: “Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore” (Mc 2,21), questo ci fa dire che la soluzione ad un abuso non può essere pensata nella forma del rattoppo. Gesù insiste sulla ‘novità’. Da costruire. In questo senso c’è una ritessitura necessaria di relazioni, operazione paziente, che chiede tempo. Per molti versi è un ricominciare. Perché un gesto, un comportamento abusante ha la forza di strappare, di incidere un tessuto che è il risultato del tempo, è l’esito di un intreccio tra l’ordito della vita (costituito dalle abitudini e dai luoghi di vita) e i fili della trama (vale a dire qualità delle relazioni). Ecco, la nostra vita, le nostre storie sono il risultato dell’arte di far incrociare tanti fili di fiducia, di farli passare tra quelle relazioni su cui la nostra esistenza è sospesa. Stasera prendiamo consapevolezza da quanti atti di fiducia, dati e ricevuti, sia generata la nostra identità e quanto sia decisiva la fiducia sperimentata perchè cresca la stima, la fiducia in noi stessi, per riuscire a cogliere la bellezza di ciò che siamo. Se questo è vero, si impone una verifica costante, quasi quotidiana: quello che sto facendo, come lo sto facendo crea fiducia? Cosa ne faccio della fiducia che mi è accordata dalle persone che incontro? Chi e che cosa genera fiducia in me stesso/a, in ciò che sono? Che cosa invece minaccia la fiducia in me e nel mio futuro? Se fosse necessario, ci ripetiamo che c’è una fiducia che non viene meno: è quella riposta da Gesù. La sua misericordia, quella che il Padre della parabola evangelica esprime verso entrambi i figli, è novità che riveste di un vestito nuovo, perché anche dentro la colpa egli rinnova da capo la fiducia. Riveste il figlio prodigo della veste bella.

Stasera vorremmo, allo stesso tempo, avere uno sguardo di cura verso le vittime e quanti stanno vivendo la medesima esperienza di tradimento. È tremendo il fatto che chi è vittima si possa sentire a lungo responsabile di quello che è accaduto, che si possa percepire sbagliato. La violenza annulla, il tradimento produce sensi di colpa. Il male continua a far male, nella sua lunga scia di dolore. La solitudine, l’isolamento può essere quella cisterna in cui ci si sente gettati (come Giuseppe) da mani familiari. Da chi meno te lo aspetti. Con discrezione e con umiltà ci dichiariamo vicini. Non vogliamo far prevalere l’omertà o il silenzio complice. Anche attraverso la nostra presenza vorremo annunciare quel Dio che ha tanto amato questo mondo da dare il suo Figlio, anticipando in Lui ciò che continua ad accadere: il tradimento di chi intinge con noi il boccone nel piatto (cfr Gv 13,26). Vorrei perciò concludere con quanto troviamo nella seconda riflessione del materiale preparatorio, offerto da un familiare di una vittima. “La presenza tenera del Signore cambia all’improvviso la percezione e i contorni di quanto accaduto e ci si sente partecipi della Sua stessa esperienza del tradimento”.

Il Signore doni questa esperienza di consolazione e di speranza: nel dolore, che colpisce le vittime, è possibile trovare il volto di Gesù nella sua passione e croce. Egli, così, ci può raggiungere nel buio delle nostre cisterne per farci uscire alla luce di una vita nuova.