Cattedrale Piacenza 1Cor 1,3-9 Mt 11,25-30
Do il benvenuto a voi tutti, convenuti in questa Cattedrale. Un luogo di ritrovo inconsueto per un ambiente universitario. Ma non per l’Università Cattolica, che tradizionalmente si dà appuntamento proprio qui per celebrare la Festa di laurea. Si tratta di un momento senz’altro carico di emozione, di soddisfazione per un traguardo frutto del convergere di tante energie: le vostre giovani e intraprendenti aspirazioni che si sono intrecciate con il desiderio e la volontà di coloro che si prestano a trasmettere saperi e competenze. Cari studenti e care studentesse, non dimenticate questo fatto: ciò che voi avete acquisito è debitore di professionalità messe a servizio, di passioni generative. Chi vi ha permesso di raggiungere queste mete è qualcuno che ha messo a disposizione il proprio sapere, il proprio saper fare, il proprio saper essere, per generare altro sapere, altre abilità, altre competenze. Con estrema libertà. Perché il risultato della loro offerta non è certo, né necessariamente aderente a ciò che è stato insegnato, alle proprie attese. Queste persone non hanno trattenuto per sé o per un puro interesse personale i loro saperi. In voi sicuramente c’è una componente di gratificazione, di soddisfazione per aver raggiunto dei risultati in vista di progetti professionali, ma non va dimenticato che nella professionalità acquisita c’è una doverosa esigenza di restituzione. Non tutto può essere ridotto a guadagno, perché c’è un’eccedenza che è lo spazio della riconoscenza e quindi della gratuità.
Questo momento è una celebrazione, uno spazio di preghiera. Non so quale sia il livello di adesione di fede presente in voi e in coloro che oggi sono convenuti qui. Ma l’Università Cattolica vuole incorniciare questo evento annuale in un orizzonte di fede che richiama le coordinate entro le quali questa istituzione è nata e continua ad operare. La sua ispirazione non è prima di tutto scientifica, ma ‘antropologica’, cioè nasce da una visione di persona e di mondo alla luce della rivelazione cristiana e della tradizione della Chiesa. Per questa ragione anche oggi ci mettiamo prima di tutto in ascolto di una Parola, quella del Signore, che ci viene incontro per illuminare ciò che stiamo vivendo. Una Parola di Vita e per la vita.
“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. Con queste parole Gesù fa risuonare oggi la sua voce tra noi. Questa preghiera di Gesù, confessiamolo, ci lascia un po’ sorpresi. Perché siamo convinti che al termine del percorso universitario si acquisiscano delle conoscenze e dei titoli da esibire. Essere laureato ha un riconoscimento sociale, colloca tra coloro che “hanno studiato” e sanno le cose. Eppure Gesù ci ricorda che c’è una sapienza altra rispetto a quella riconosciuta dagli uomini. Egli sottolinea che “Queste cose…” (quali sono?) sono riservate ad un altro tipo di conoscenza. Dal vangelo capiamo che si tratta dei segreti del Regno di Dio. Se vogliamo, si tratta del cuore delle cose, del modo di vedere il mondo da parte di Dio. Una competenza, allora, che è la competenza per eccellenza: il saper vivere ogni sapienza davanti a Dio.
Se ciò non è stato rivelato ai sapienti e ai dotti, chi sono questi piccoli ai quali, al contrario, è dato questo privilegio? Nel vangelo secondo Matteo i piccoli sono i discepoli. E il discepolo è colui che accetta di stare alla scuola di un maestro. In questo caso è Gesù. Quella del discepolo non è semplicemente una stagione della vita, perché l’essere discepolo è senza scadenza. È una postura. La postura di chi rimane disponibile a imparare, di chi rimane appassionato cercatore per apprendere con umiltà, consapevole di aver bisogno di qualcuno da seguire. La qualità del discepolo è, insieme alla curiosità, la fede, la fiducia. L’affidarsi. In questo modo di stare al mondo si rivelano le cose essenziali per vivere, anche per vivere la sapienza acquisita.
Direi che basta poco per ergersi a docenti, è facile smettere, con presunzione, la qualità del discepolo. Il cristiano ha nel discepolo la figura di quello che significa avere fede, dirsi credente: non si crede in qualcosa, ma in qualcuno da ascoltare, da seguire. Al discepolo non è richiesto di eseguire qualcosa di già predefinito, ma di obbedire. Nell’obbedienza (che deriva dal latino ab-audire, cioè stare sotto l’ascolto) c’è lo spazio della libertà che il Signore non solo ci lascia, ma che esalta, perché egli intraprende, sulla parola ascoltata, un percorso unico, originale e irripetibile.
Vorrei ricordare come anche quest’anno due studenti, vostri compagni di studio, hanno espresso, con la richiesta del battesimo e dei sacramenti della vita cristiana, la volontà di assumere questa identità. Vi suggerisco di accogliere questa loro testimonianza come un dono che richiama tutti: non c’è stagione della vita nella quale dismettiamo di essere discepoli, come non c’è condizione o età nella quale terminiamo di essere figli e figlie di un Padre che ci anticipa sempre con il suo Amore e che per questa ragione rende la nostra esistenza una gratitudine.



