Arriva la Pasqua ed è spontaneo cercare un augurio per tutti. Rispetto a come stanno evolvendo gli scenari internazionali; rispetto alle emergenze che caratterizzano questo nostro tempo, in particolare all’emergenza della fiducia in difetto a vari livelli; un augurio rispetto alle responsabilità che sentiamo crescere e che avvertiamo troppo grandi. Non possiamo accettare di soccombere alla rassegnazione: ne saremmo tutti vittime.
La Pasqua ha senz’altro una ricchezza di significati da offrire per tutto questo. Eppure sono convinto che non sia meno urgente chiedersi quanto la nostra fede, la sua trasmissione e testimonianza, sia pasquale. Mi ha colpito, proprio perché i giovani sono immediati nelle loro espressioni, quello che Paola Bignardi riportava di un’intervista fatta ad un giovane: “Non credo che ci sia un cristiano che lo sia sul serio, perché, per essere veramente cristiano, cattolico, dovrei credere che Gesù sia morto e risorto dopo tre giorni. Ma come è possibile? Non so quanti ci credono veramente. E senza questo atto di fede il cristianesimo rimane un guscio vuoto”. Questo giovane ha colto il cuore della fede cristiana e la distanza da essa di tanti battezzati. Ha dato voce senza timore alla difficoltà di entrare in questo contenuto della fede. A molti risulta impossibile, in-credibile. Non è una novità. Ce lo testimonia S. Paolo quando, scrivendo ai cristiani di Corinto, afferma: “(…) come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,12-14). L’apostolo mette in luce che qui è in gioco il cuore della predicazione degli apostoli e, di conseguenza, di ciò che appartiene alla fede cristiana.
Il giovane aveva detto la stessa cosa: “il cristianesimo rimane un guscio vuoto”. È sulla Pasqua che noi ci giochiamo il senso della presenza nel mondo, la specificità dell’annuncio per la vita delle persone. Non c’è alternativa: credibilità o insignificanza. Ridurre la fede ad una morale non può sopportare l’impatto con le sfide dell’esistenza. Ci si chiede come mai non riusciamo a trasmettere la fede alle nuove generazioni. Come risposta ci si dibatte sul ‘come’, sulle strategie. Forse dovremmo porre la domanda anche sul ‘cosa’ annunciamo, sul contenuto dell’annuncio che non può essere smarrito. Dov’è il cuore della nostra fede? A cosa è ridotto l’annuncio che facciamo? Se culturalmente abbiamo messo in atto la più grande e ingannevole rimozione, quella del morire, con essa abbiamo messo in soffitta anche la risurrezione. La risurrezione è la vittoria sulla morte, che viene inesorabile. Se non mettiamo in conto l’esperienza del limite estremo, scompare inevitabilmente anche l’annuncio della sua vittoria. “Chi crede in me, anche se muore, vivrà; “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.” (Gv 11,26-26). “Credi tu questo?”: Gesù continua a inquietarci con questa domanda. Non è del catechismo, che spesso abbiamo riposto tra i ricordi dell’infanzia, inutili, è tra le domande che non possiamo eludere se non vogliamo restare schiavi delle nostre paure. La Pasqua di Gesù e la nostra non ha a che fare solo con il futuro, essa riguarda il nostro oggi, il modo di stare nel tempo. Ben diverso per chi custodisce la certezza che l’esistenza umana non ha una fine, ma un compimento.
Allora. A tutti. Buona Pasqua di Risurrezione.
† Adriano Cevolotto,
vescovo di Piacenza-Bobbio
Fonte: Il Nuovo Giornale n 12 del 02/04/2026



