Num 6,22-27 Gal 4,4-7 Lc 2,16-21
Quello di quest’anno è un Te Deum disteso: iniziato domenica scorsa con la conclusione dell’Anno giubilare, si compie, come è tradizione, stasera in questa ultima celebrazione dell’anno con il canto del “Te Deum”. Una lode corale, di “tutta la terra”, perché l’esistenza di ogni cosa è sostenuta dalla gloria di Dio, dalla Sua grande misericordia. A volte rischiamo di dimenticare questo legame vitale con il Dio-Amore, in forza del quale riusciamo anche a patire e a provare scandalo quando la vita sembra non avere la meglio sul peccato e su ogni segno di morte che continua ad attraversare il mondo e le relazioni. Rimane nel tempo il canto permanente, perché non dipende solo da noi, che pur siamo convenuti stasera per unirci al coro degli Angeli e dei Santi. La Chiesa nella Liturgia ci offre la possibilità di partecipare con animo grato e stupito al canto che attraversa il tempo e lo spazio.
Grazie alla Liturgia della Parola, ci è annunciato che la lode a Dio per i suoi benefici diventa benedizione perché Dio ha fatto risplendere il suo volto: “Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto” (Salmo 66). Qual è il volto di Dio che si è mostrato a noi nel corso dell’Anno che si conclude? Un volto che ha guardato a noi, che non si sottratto, girato altrove, un volto perciò di benevolenza. Volto di un Dio che non si stanca di offrirci opportunità sempre nuove. Non sta a calcolare le tante volte che, senza successo, si è mostrato, incurante, a differenza di noi, dei ripetuti rifiuti. Non si dà per vinto. Non c’è mai una ragione così forte da farlo desistere, perché il Suo Amore è irreversibilmente dato. Te Deum laudamus.
Su di noi ha fatto splendere il Suo volto in ogni situazione nella quale una mano si è tesa, una parola ci ha raggiunto per invocare attenzione e aiuto: lì lo splendore della debolezza di Dio si rinnova, come a Natale, come lungo la via della croce.
Il Suo Volto si è riflesso nel nostro quando siamo stati trasfigurati e il nostro sguardo ha parlato: di commozione, di prossimità, di fiducia, di ascolto profondo. Te Deum laudamus.
Non possiamo fare a meno dello sguardo di Dio che ci raggiunge. Ci è necessario, come l’acqua, come l’aria, di essere da Lui guardati con amore e con verità. Ma non per un bisogno narcisistico, quanto perché il nostro sguardo maturi le stesse caratteristiche del suo sguardo. Siamo consapevoli che la qualità dello sguardo sulle cose e sulle persone fa la differenza. Gesù ce l’ha detto chiaramente che la fedeltà all’amore parte dal nostro modo di guardare. Lo sperimentiamo su di noi: lo sguardo malevolo o malizioso, che cerca in noi quello che non va, cioè uno sguardo senza carità, è ben altra cosa da quello che si posa come una carezza, che vede senza giudicare. Conosciamo il guardare senza voler vedere, senza essere disposti a prendersi carico dell’altro. Siamo altresì coscienti di avere anche noi sguardi distratti o disinteressati, molto diverso da quando lo sguardo penetra, capisce, indipendentemente dalle parole pronunciate o dentro le parole stesse che a volte cercano di nascondere. Pensiamo all’occhio di una madre che coglie nei figli anche quello che non è detto.
Il Volto di Dio (spesso diverso da quello che ci costruiamo) e i nostri volti, tanti volti, nei quali si rivelano i nostri cuori, e, per un grande privilegio, sono resi partecipi del Volto stesso di Dio. Nel lasciarci raggiungere da questo Suo sguardo abbiamo respirato incoraggiamento in presenza di timidezza e paura, arrivando a confessare: non so come sia riuscito. Quante volte nell’anno che si conclude questo intreccio tra il Volto di Dio e i nostri volti si è compiuto? Te Deum laudamus.
Il volto di Dio è riflesso nella sua Chiesa, anche nel suo volto segnato da rughe di stanchezza. Nel pellegrinaggio diocesano a Roma molti hanno avvertito la grazia di sentirsi parte ci una Chiesa universale, diocesana. Il volto ecclesiale della fede è una vittoria sulla logica dell’individualismo, che interessa anche noi credenti, che solo all’apparenza si mostra forte e che in realtà è debole. Te Deum laudamus.
Allora facciamo nostri i due verbi di cui Maria è maestra perché la descrivono nel suo essere quotidianamente la donna del Magnificat. Maria “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Custodire è il verbo che salva il passato, ciò che è accaduto e che continua ad appartenerci, per non essere risucchiato nel consumismo esistenziale. Il vissuto rischia di essere accaduto invano. Meditare è il verbo che salva il presente dalla cieca frenesia e dalla forza della pura emotività. Il cuore, nel quale Maria meditava, è il luogo dove le decisioni si saldano con le emozioni e i sentimenti. Maria, che stiamo celebrando come Madre di Dio, ci sia compagna di fede perché le cose, tutte, senza esclusione, che hanno scritto i nostri giorni dell’anno che si conclude, nel nostro cuore si trasformino in una vita rinnovata dal vangelo.
Per questo ci auguriamo reciprocamente di poter innalzare a Dio un comune rendimento di grazie.




