Cattedrale Is 49,8-15 Gv 5,17-30
Siamo introdotti nel tema pasquale dalle due letture che la liturgia ci ha proposto. C’è un verbo che ritorna: “uscite – venite fuori”. Anche domenica prossima, nell’episodio della risurrezione di Lazzaro, Gesù, dall’ingresso del sepolcro dove è deposto Lazzaro, gli comanda di uscire. Se la Pasqua è la risurrezione di Gesù da morte, con la presenza di quel sepolcro vuoto, fare Pasqua significa godere della medesima forza che ci sottrae dai luoghi di tenebre o – come ripetono i due testi biblici – dai nostri sepolcri. I luoghi di morte esistenziali, ai quali i sepolcri rimandano immediatamente, sono quelle condizioni nelle quali prevale l’impotenza, la rinuncia, l’incapacità di esprimere la vita che c’è in noi. Anche in vita ci sono luoghi di morte: si tratta di quei momenti nei quali l’abitudine del male sembra prevalere, nei quali non si intravvede futuro, nei quali cioè quello che finisce prevale su ciò che ci fa guardare avanti. E quel buio diventa un sepolcro nel quale abbiamo la sensazione di essere imprigionati.
Gesù fa risuonare la sua voce che chiama alla vita, che risveglia, che fa rinascere il desiderio di vivere, di scommettere sul presente capace di aprire al futuro. In questo momento, infatti, ci ricorda il profeta Isaia, l’atteggiamento dominante è di ripetere: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Non c’è di peggio che avere la sensazione che colui su cui avevi contato non è presente, ti ha abbandonato a te stesso.
Il Signore usa un’immagine di una straordinaria tenerezza: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. È questa la ragione che ci fa vincere la convinzione che dai sepolcri non si possa uscire. Sepolcri che oggi sono diventati tante città, palazzi, quartieri resi tali – sepolcri a cielo aperto – da bombardamenti che speravamo appartenessero al passato. Che cosa lasceremo a chi viene dopo di noi sotto quelle macerie? Non possiamo, non dobbiamo rassegnarci a nessuna logica che produce sepolcri, cimiteri. Ho letto come un segno di speranza le dimissioni del capo dell’antiterrorismo dell’amministrazione Trump. “Non c’era motivo” per fare questa guerra, (se mai ce n’è qualcuno!). In questo modo ha giustificato le sue dimissioni. “Era un debole”, il commento. Preghiamo, perché di questi “deboli coraggiosi” ne abbiamo tanto bisogno. Piccoli e ‘deboli’ segnali di chi raccoglie l’invito a uscire dai sepolcri di morte in cui il diritto della forza ci sta rinchiudendo. Eliminando in questo modo il futuro, insieme al presente.



