È Dio che viene ad abitare nelle nostre debolezze, non solo per non lasciarci soli, ma per aprire un futuro altrimenti inimmaginabile.
Ci sono dei comportamenti del tempo di Natale che ci devono indurre a riflettere: nelle settimane che precedono le festività natalizie (nel linguaggio comune tendiamo a porre l’accento sulle festività, sul periodo natalizio più che sul Natale) c’è una sensibilità verso le tante iniziative rivolte ai bisogni delle persone e alle realtà di cura. Cene a scopo benefico, raccolta fondi con mercatini e raccolta alimenti sono il vero calendario sociale dell’Avvento.
Non si può dire che manchi la generosità verso le situazioni che non potrebbero stare in piedi se non ci fosse questa mobilitazione generale. È fuori discussione il valore di tanta solidarietà. Da sostenere, da incoraggiare. Ad un certo momento però insorge il bisogno di lasciare fuori campo questo mondo per concentrarsi sulle cose belle, sulla spensieratezza, almeno… a Natale.
In questo modo la preoccupazione (espressa da molti nell’augurio che ci scambiamo) è che Natale sia una bella giornata. Bella equivale ad una giornata che prevede un’operazione di rimozione di quello che dentro di noi e fuori di noi ci disturba, ci fa star male. La potremmo chiamare legittima difesa psicologica. È sempre più diffusa: di fronte a tanta cronaca nera, a reportage di guerra, a immagini di distruzione sempre più deprimenti decidiamo di spegnere i canali che alimentano tristezza e dolore. C’è un limite, una soglia di sopportazione. Anche se va detto che ci sono testimonianze di ben altro colore: volontari che, a spese dei propri affetti, regolarmente garantiscono un pasto caldo alla mensa caritas, immergendosi anche in quel giorno dentro al vortice di esistenze precarie. C’è chi riserva i tavoli del proprio ristorante a chi non avrebbe qualcuno con cui far festa a Natale. So di case (e canoniche) che aggiungono un posto a tavola per offrire il nutrimento di una famiglia a chi non ha più nessuno per cui apparecchiare la tavola.
Non vuol essere giudizio per nessuno. È piuttosto la chiave di accesso al Natale, che rimane la ragione della festa e della gioia.
La realtà più profonda del Natale che celebriamo, l’Incarnazione del Figlio di Dio, si impasta con la piccolezza, la debolezza e la povertà economica e sociale dell’umanità. In questo senso associare Natale e poveri è un approccio teologico. Perché in questo modo il Dio di Gesù ha scelto di entrare nella storia.
Pensiamo al luogo dove è nato in una condizione di estrema precarietà; da chi è nato: una coppia che non ha trovato alloggio se non in un ricovero per animali; a coloro che sono accorsi in quella notte perché accampati nei dintorni: ai pastori, gli emarginati della popolazione; meditiamo sul fatto che come ogni figlio d’uomo anche il Figlio di Dio ha avuto la necessità di essere oggetto di cura, incapace di provvedere a sé stesso. Come ogni bambino affidato in ogni cosa ad altri. Si è fatto povero tra i poveri.
Natale continua a ricordarci il legame tra Dio e la debolezza umana. Di qualsiasi genere.
In questo mistero della nostra fede contempliamo il Dio che non fa mancare ad ogni essere umano la sua presenza, qualunque sia l’abisso nel quale la vita possa averlo fatto rotolare. Non solo per non farlo sentire solo ma per aprire un futuro altrimenti inimmaginabile.
Nessun essere umano sceglie la debolezza, a nessuno piace stare a lungo dentro alla povertà e alla precarietà. Solo l’Amore di Dio è l’annuncio del Natale continua a venire e a porre la sua tenda nei nostri deserti, nelle nostre desolazioni, nelle povertà e nelle attese, così che riconoscendo la sua presenza impariamo ad abitarle con il suo stesso Amore.
Abitare le nostre e quelle altrui. Con la medesima passione.
† Adriano Cevolotto,
vescovo di Piacenza-Bobbio




