CATTEDRALE – 02.03.26 Is 61,1-3.6.8-9 Ap 1,5-8 Lc 4,16-21

Il titolo di alcune riflessioni del vescovo di Grenoble-Vienne, mons. Eychenne (“Presbiteri alla scuola della lavanda dei piedi”), mi ha richiamato il criterio ‘pedagogico’ che guida le celebrazioni della settimana santa. Esse ci introducono passo dopo passo nel mistero della Passione-morte e risurrezione di Gesù. Attraverso questa sequenza entriamo alla scuola della Pasqua, dove in ogni momento è contenuto il tutto e, viceversa, nel tutto è presente lo svolgersi dei giorni dell’Ora dell’Amore.
Per questo dobbiamo evitare di scomporre i diversi momenti liturgici, perdendo il legame che mantengono tra loro. L’attenzione vale anche per la celebrazione che stiamo vivendo: la Messa crismale deve essere collegata con la celebrazione della messa ‘in Coena Domini’ di questa sera, in particolare con il gesto della lavanda dei piedi. Se stamattina rinnoviamo la nostra identità sacerdotale e ministeriale, teniamo davanti ai nostri occhi quel gesto nel quale Giovanni raccoglie l’intera esistenza di Gesù e il significato di quello che sta per vivere. Anche noi stamattina ci vogliamo rimettere alla scuola della lavanda dei piedi, per farci istruire circa il nostro ministero.

  • Prima di essere collocati al posto di Gesù, dobbiamo far memoria del fatto che Egli continua a compiere il gesto per i nostri piedi. Piedi, i nostri, impolverati nel sudore del nostro andare. Piedi sporchi per aver percorso strade infangate dalle nostre cattive abitudini. Piedi bisognosi di cura anche quando la pretesa di essere forti, l’invincibile orgoglio ‘maschile’ ci fa esibire l’autosufficienza, unita alla presunzione di non aver bisogno di essere oggetto di attenzione e di cura.
    Che il Signore Gesù continui a cingersi con il grembiule, abbassandosi sui nostri piedi per lavarli, alzando il suo sguardo ai nostri occhi, è motivo di grande gioia e commozione. Il primo che non misura le nostre performances e i nostri successi è Lui. Colui che non si vergogna e non ha ripugnanza di piedi sporchi è sempre Lui.
    Mi ha colpito e fatto riflettere la confidenza che ho ricevuto da un mio confratello vescovo: “ho la sensazione in questi anni di non aver fatto nulla!”. Affermazione che corrisponde al contrario quando diciamo con orgoglio: “ho fatto tante cose!”. Siamo immersi nella logica delle prestazioni. Invece Gesù si piega sui nostri insuccessi e sul nostro senso di inadeguatezza. È proprio vero che abbiamo mistificato il nostro compito come
    indispensabile e l’elenco delle cose che mettiamo in piedi come misura di ciò che siamo e del nostro valore.
    Colpisce quello che Gesù dice a Pietro, il quale non accetta un Messia che svolga il compito dello schiavo: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. La strada per aver parte della vita, dell’Amore di Gesù, è lasciarsi amare proprio a partire dalle nostre povertà e dal nostro peccato. Solo così potremo diventare sacramento del suo Amore: non perché l’abbiamo studiato nei libri di teologia o spiritualità, ma a partire dai nostri piedi. Lavati perché sporchi.
  • Alla scuola della lavanda dei piedi il nostro ministero è chiamato all’attenzione, alla cura di ciò che facciamo. In Gesù troviamo la descrizione, quasi rituale, della preparazione del gesto: “si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò l’acqua nel catino e incominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano (…)”. Il nostro ministero è fatto di gesti a cui è unita la parola. Sappiamo quanto le parole che ci sono chieste chiedono a voro volta la cura dei gesti. Generalmente siamo attenti nel preparare le parole da dire, dovremmo chiederci se poniamo la medesima attenzione relativamente al nostro porci con le persone. Quando ci troviamo in presenza di resistenze o di rifiuti verso i nostri gesti e le nostre parole, è fondamentale verificare la qualità delle nostre relazioni pastorali e personali. Prima di arrabbiarci o di colpevolizzare le persone che sono oppositive a quello che diciamo o alle nostre proposte, interroghiamoci sul nostro modo di accostarci a loro, di comunicare con le nostre posture. Quali sentimenti e stati d’animo trasmettiamo con i nostri comportamenti?
  • Raccogliere la vita e il ministero attorno alla lavanda dei piedi, oltre a ricordarci che quello che facciamo non è prima di tutto piacevole, mostra che il nostro ministero è umile e non di rado può diventare umiliante. Chiede inoltre di essere ripetuto, non si dà una volta per sempre. È uno stile. Parafrasando una richiesta di Pietro potremmo chiedere: “quante volte, Signore, dovrò lavare i piedi?”. La risposta è ovvia: non c’è una misura perché il lavare i piedi appartiene alla quotidianità e il risultato è sempre e comunque provvisorio. Rimanendo nella metafora, i piedi continuano a sporcarsi. A questo riguardo dovremmo metterci alla scuola dei genitori, maestri della cura quotidiana verso i loro figli. Così come lo sono tante professioni di cura. Non siamo i soli a lavare i piedi, con risultati limitati. Non c’è altro modo per assumere la postura del servo che matura la virtù della pazienza. Alla fine – ci ricorda Gesù – siamo e rimaniamo solo servi.
  • Vorrei concludere con le parole di Gesù che seguono il gesto: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”. Gesù sta parlando ai dodici. Prima di estenderlo alla comunità dei discepoli, il comando è rivolto al collegio degli apostoli. È per noi! Non è casuale che il primo livello di fraternità riguardi chi
    è stato scelto per annunciare il vangelo della carità. Il vangelo cammina con la testimonianza di vita dei discepoli.
    La prima considerazione da fare è che per lavare i piedi sporchi abbiamo bisogno di qualcun altro, e questo ci deve convincere che è pericoloso e assurdo permettersi di non curare la qualità delle relazioni di reciproco sostegno. Prima che essere un dovere le relazioni fraterne sono una convenienza.
    Se i piedi si sporcano, e questo è inevitabile, è doveroso vigilare su come e quanto essi si possono sporcare. Vigilare è d’obbligo per non approfittare degli altri. Non si può pretendere la carità dell’altro, va sempre invocata e assaporata con stupore, vissuta con gratitudine. Penso perciò al modo con il quale viviamo le nostre responsabilità pastorali, la maniera con la quale collaboriamo. Penso alle nostre relazioni, a come le coltiviamo e custodiamo dai pettegolezzi, dalle critiche maliziose, dai pregiudizi. Se il lavare i piedi equivale alla presa in carico della fragilità, della povertà dell’altro, non ci può essere spazio tra noi del compiacersi della loro presenza. Ci è consegnato il comando di nutrire benevolenza e gentilezza dello sguardo verso i piedi sporchi altrui, perché la carità cresca proprio dalla compassione.
    Prego perché il Signore del grembiule faccia crescere in noi la pazienza di abbassarci gli uni verso gli altri, perché nessuno abbia la presunzione di non aver bisogno della benevolenza e della pazienza di qualcun altro. Affido al Signore, che ci ha chiamati conoscendo anche le nostre debolezze e i nostri piedi sporchi, i nostri cammini personali ed ecclesiali di fedeltà al suo Amore.