Es 12,1-8.11-14 1 Cor 11,23-26 Gv 13,1-15
“Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno”. Fin dalla prima Pasqua il popolo d’Israele celebra un inizio, nel quale è avvenuto qualcosa che ha avviato un nuovo corso delle cose. Il tempo del popolo è scandito dalla Pasqua di liberazione: non una conquista ma un dono ricevuto. Pasqua come passaggio: il passaggio potente di Dio che libera da una terra di schiavitù verso una terra che si identifica con una promessa. Quell’evento rappresenta una svolta, che sottrae il tempo dal succedersi inesorabile e ripetitivo.
Con questa celebrazione entriamo nel Triduo pasquale che è, nel suo insieme, il nuovo e definitivo inizio del tempo. Dio ha stabilito la Sua presenza nello scorrere del tempo e della storia con un Amore invincibile, con una prossimità sorprendente. Questo inizio è racchiuso nella vicenda di Gesù, crocifisso e risorto.
In questa liturgia facciamo memoria dell’Ultima Cena: accanto al pane e al vino, vivremo un altro memoriale, quello della lavanda dei piedi. C’è un valore simbolico sia nel gesto del lavare, che è azione di cura, che nei piedi stessi. I piedi sono tra le parti del corpo che raccolgono le conseguenze dell’attività di una giornata, la fatica del camminare. Fatica che diventa sporco e odore. Per questa ragione istintivamente creano repulsione e necessità di pulizia. I piedi raccontano il cammino di una persona, la volontà di raggiungere le mete. Parlano di incontri cercati o, al contrario, di strade che si separano, di distanze che si frappongono. I piedi registrano la vita con le sue ricchezze e le sue povertà. Portano scritte le vicende e le ferite della vita. Infine testimoniano l’avvento della vecchiaia: “Non sta più in piedi!”. I piedi indeboliti invocano un aiuto. Grato. In questi giorni una persona ha declinato l’invito a farsi lavare i piedi per il fatto che aveva i piedi ‘brutti’. I piedi, come le rughe raccontano storie. Sempre affascinanti. Come è sempre il nostro corpo. Non ci sono piedi brutti.
Stasera laverò i piedi (idealmente lo vogliamo fare insieme) a delle persone anziane, consapevoli di come la vecchiaia (facciamo fatica ad accettare questa parola nel nostro vocabolario, quasi ce ne vergogniamo) sia sinonimo di fragilità e di necessità di aiuto. Ai nostri occhi la vecchiaia è faticosa da accettare, perché equivale all’inattività e quindi, ai nostri occhi, di perdita di valore: “non riesco più a fare nulla!”. Quindi non conto. Non servo. La storia che ci sta alle spalle, che ha il volto dei nostri anziani, è ridotta ad un peso, non solo economico.
Proviamo a pensare ad una società di persone efficienti, di uomini e donne che sanno produrre, il cui valore personale e sociale è legato alle performances di cui sono capaci. Saremmo in balia delle prestazioni (mai sufficienti), della esasperata competitività, di egoismi ancora più esasperati. Del culto della forza e della bellezza. Una vera e propria disumanizzazione collettiva.
Ecco perché è importante il segno che poniamo questa sera: Gesù si inginocchia sulla fragilità, riconoscendone la preziosità, indicando il valore della storia di quei piedi. Si inginocchia e bacia l’umano che si consuma senza perdere il suo valore. Gesù lava i piedi, purificando così una storia che può aver impolverato e sporcato questi piedi. Gesù in questo gesto ricorda a tutti che il suo Amore non dipende da quello che gli possiamo assicurare con il nostro fare e la nostra efficienza, ma che il suo Amore da sempre si è piegato su ciò che eravamo, su ciò che siamo e, possiamo contarci, su ciò che diventeremo. Il suo Amore, ormai dato, è all’inizio di ogni vicenda umana, è capace di salvare i nostri piedi e i nostri cuori, rendendoli partecipi della sua vita offerta.



