Cattedrale
C’è una linea che attraversa la Scrittura sul tema delle vesti che mi viene spontaneo richiamare stamattina, per collocare anche la veste bianca che ora vi viene consegnata. Le prime vesti che troviamo nel racconto della Genesi sono quelle che confeziona Dio stesso (il prima stilista): “Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì”. Vestì la nudità, l’umanità smascherata nella sua vulnerabilità, dopo il peccato di origine. Fin dall’inizio la risposta di Dio all’uomo, che mette in discussione, che sospetta l’amore custodito nel comando di non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, è racchiusa in quel dare dignità con delle vesti che sostituiscono le foglie di fico intrecciate come cinture. In quelle vesti fatte da Dio non c’è solo un rivestimento, c’è la cura per la fragilità nella quale l’uomo e la donna si sono incanalati. Dio non ci crea solo, ci accompagna e ci custodisce. Potremo continuare la riflessione anche per quanto riguarda ciascuno di noi, facendo memoria di quando queste vesti ci sono state cucite addosso da mani paterne e materne insieme (è questo il volto di Dio che possiamo incontrare). In questi giorni, ci è ripresentato il dramma che si consuma per Gesù che, prima di essere spogliato delle sue vesti come segno di umiliazione e derisione, depone Lui le vesti per rivestire l’asciugamano, il grembiule. Le vesti del servo. Le vesti regali sono sostituite da quelle del servo. Ma nel vangelo di Giovanni ci è detto che le riprende di nuovo, dopo aver lavato i piedi ai suoi. Non sono alternative le vesti regali a quelle del servo: il Re diventa servo e il servo assume la dignità del re.
In Gesù l’uomo viene rivestito di vesti regali e della raffinatezza dell’ultimo dei servi. Dio entrando nel mondo capovolge i criteri di chi è più grande e di chi è primo. Ce l’hanno consegnato con lucidità i nostri detenuti nella riflessione della via Crucis che ieri sera abbiamo meditato
Infine, ma solo per sintetizzare all’estremo, la pagina dell’Apocalisse, nella quale l’immagine escatologica di questa moltitudine, variegata e immensa, è avvolta in vesti candide. Una moltitudine che esalta l’universalità di questo popolo, di cui siamo parte per elezione. Ci siete voi, scelti per grazia. Le ragioni per cui Dio ci ha raggiunto lo scopriremo vivendo, si rivelerà nel grande piano di salvezza. Non solo per il passato, Dio continuerà a sorprenderci aprendo strade impensabili.
Stupisce che il candore sia frutto di un lavaggio con il sangue dell’Agnello. Ci può essere qualcosa di più paradossale? È il paradosso di Pasqua: per avere vita devi perderla, per salvarla devi consegnarla. È lasciarsi purificare dal dono per eccellenza: quel sangue versato. Allora ogni volta che il peccato ritornerà, ed è certo che succederà perché il male trova sempre delle fessure per entrare ed annidarsi, ricordiamo che la salvezza la ritroviamo in quel sangue. Con vera umiltà combattiamo la presunzione di essere più giusti degli altri.
Le vesti rimangono bianche non perché non si macchiano, ma perché accettiamo che continuino ad essere lavate nel sangue dell’Agnello.
Non vorrei che fosse una sorte di conclusione triste, tutt’altro. Nella citazione di Isaia si conclude che “Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”. Più che soffermarci sulle lacrime, la profezia insiste che esse saranno sistematicamente asciugate. Perché le lacrime richiamano le inevitabili sofferenze, lotte, sconfitte dolorose… che non mancano. Ma che sia Dio ad asciugarle e non noi da noi stessi ci dice che c’è una consolazione che ci è assicurata. Ci dice che il primo ad essere ancora una volta custode delle nostre vesti è chi ce le ha confezionate e ce le ha ritagliate su misura. Sono vesti di misericordia.



