Is 60,1-6 Ef 3,2-3a.5-6 Mt 2,1-12

Può nascere spontanea la domanda: cosa sarebbe il Natale senza l’Epifania? Meglio ancora: sarebbe ancora o sarebbe mai stato Natale? In effetti potremmo essere tentati di ridurre la venuta dei Magi a un’appendice. Ma la promessa che Dio aveva rivolto agli uomini attraverso la profezia annunciava: “Cammineranno le genti alla tua luce (…), i tuoi figli vengono da lontano (…), verrà a te la ricchezza delle genti” (Is 60, 1-6). 

Eppure, solo a pensare al presepe, i Magi arrivano e il presepe si smonta. Non corriamo il rischio così di eliminare dall’annuncio del Natale la sua portata universale? Gesù è il Salvatore di tutti, il centro di attrazione di ogni creatura e nel momento in cui questa promessa si realizza si rinnovano le relazioni tra quanti sono raggiunti dall’annuncio di Betlemme. Non va diversamente se attribuiamo al Natale un carattere di intimità, di famiglia (ben raccolta attorno a sé stessa), perché il Natale di Gesù è, al contrario, l’irrompere di Dio che sveglia la notte, che inquieta la tranquillità di Gerusalemme, che allerta e turba Erode così da indurlo ad eliminare il pericoloso bambino, con la brutalità di una strage.

Perché se è bella, affascinante l’idea dell’apertura verso tutti i popoli, non da meno essa destabilizza le sicurezze nelle quali ogni tempo, ogni popolo e ogni cultura si chiude, quando percepisce ciò che altro, ciò che è fuori, ciò che è nuovo come una minaccia. È inquietante una fede, meglio una religiosità, ridotta ad un apparato di tradizioni. Paradossalmente

-abbiamo sentito nel vangelo- i custodi dell’Alleanza, sacerdoti e scribi, esperti delle Scritture, non sapevano più cogliere la forza della promessa profetica. Avevano tutto il necessario per riconoscere quanto stava accadendo ma i loro occhi erano incapaci di vedere, i loro cuori erano induriti e impediti di uscire dalle loro sicurezze rassicuranti, di mettersi in cammino.

Oggi, a noi raccolti in questa cattedrale, espressione bella, colorata, di una comunità “multi”, plurale, è affidato il compito straordinario di “condividere la stessa eredità” (in quanto figli in Gesù Cristo dello stesso Padre), di “formare lo stesso corpo ed essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3,6). Anche in questo caso una sfida, epocale. Per nulla priva di insidie. Noi italiani usiamo spesso, pensando a voi fratelli e sorelle che provenite da altri contesti, un verbo: includere, con il suo sostantivo inclusione, che immagina l’obiettivo di far entrare qualcuno in un gruppo già esistente, in una storia determinata. In fondo c’è il pensiero, neanche velato, di una realtà (quella che accoglie) che deve solo fare un po’ di spazio cordiale perché gli altri facciano proprie le caratteristiche esistenti. Una visione alimentata dall’idea che costoro vengono a “casa nostra”. È proprio questo il rischio: di ritenere questo spazio culturale, religioso, sociale qualcosa di granitico, di intoccabile. Dimenticando, ad es., che ciò che siamo è il frutto di una serie di contaminazioni storiche, di intrecci di popolazioni, di incontri di culture differenti. Questo momento storico è una di quelle svolte che darà un volto nuovo alla nostra comunità (ecclesiale, civile, sociale). Per vivere questa stagione nella fedeltà, diventa indispensabile ritornare tutti a Gesù: il turbamento (di Erode e degli abitanti di Gerusalemme) li mette in quell’atteggiamento di difesa per cui non vanno a Betlemme, anche se è solo a qualche chilometro di distanza. Sono convito che tale pericolo valga per tutti, indipendentemente dalla propria storia di fede o dalla vicenda personale. Ognuno può arroccarsi nelle proprie sicurezze, nelle proprie tradizioni.

Perciò è fondamentale mettersi dalla parte dei Magi, che non solo sono disposti a camminare e ad informarsi per giungere a Betlemme, ma anche disposti a “tornare per un’altra strada”, segno della disponibilità a lasciare qualche sicurezza per intraprendere cammini nuovi. È la conversione richiesta dal Natale. Altrimenti ci troveremo nella posizione di Erode e di Gerusalemme, abbracciando le teorie molto in voga che, semplificando la complessità, procedono creando nemici e pericoli. Lo sappiamo bene, è anche di questi giorni, come sia facile descrivere una città, un territorio minacciato da un pericolo esterno. I pericoli alimentano paure, sospetti e chiusure. Si può arrivare (Erode insegna) a giustificare l’eliminazione, fisica o sociale, dell’altro che turba. Eliminazione vuol dire fare come se l’altro non ci fosse. Ma, in realtà, c’è.

Nel gesto dei Magi, di donare ciò che si ha di più prezioso (oro – incenso – mirra), c’è l’invito a riconsegnare tutti, senza differenze, a Gesù Cristo ciò che ci dà sicurezza per avere mani libere nell’accogliere la ricchezza che Lui ci offre attraverso fratelli e le sorelle, nella fede e nella vita.