CATTEDRALE  At 2,42-47 1Pt 1,3-9 Gv 20,19-31

Con questa celebrazione, inserita nel ritmo liturgico della Pasqua, stiamo raccogliendo una lunga storia che, con noi, si rinnova e prolunga nel tempo. Si tratta di un affidamento della città a Maria che risale al 1617, con il vescovo Claudio Rangoni. Nel tempo questo atto di consegna del popolo di Dio alla Vergine ha vissuto stagioni più o meno felici, tuttavia nella sua continuità è testimoniata la presenza di una comunità credente cosciente che le vicende delle persone e della comunità non dipendono esclusivamente da sé stessi. C’è bisogno di una protezione, che è custodia di quel patrimonio di fede che continua a generare comunità, che continua a trasformarci in popolo.

La liturgia – ricordavamo – è pasquale. L’attenzione è posta non principalmente sul fatto che Gesù è risorto da morte, quanto sulla necessità che ciò avvenga anche per i discepoli. L’episodio del Vangelo ci introduce proprio nella partecipazione dei discepoli alla Pasqua di Gesù.

L’episodio, nella sera del primo giorno della settimana, è costruito attorno all’immagine della ‘porta’: “erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei”. E, dopo otto giorni, “venne Gesù a porte chiuse…”. È il modo per ricordarci che la paura di qualcosa o di qualcuno è mortifera. Ci fa vivere barricati, in difesa, rinchiusi perché il mondo è avvertito come ostile. Da sempre la paura alimenta fantasmi. Non c’è stagione che non generi sentimenti di timore e la percezione di essere in pericolo. Senza rendercene conto, nel momento in cui le assecondiamo, le paure ci paralizzano. Le porte emotive e mentali non si aprono facilmente, se è vero che la scena si ripete “otto giorni dopo”. Il Risorto, fortunatamente, riesce a introdursi nonostante le porte chiuse. Egli irrompe. Sono chiuse le porte non solo verso i Giudei, ma anche verso i fratelli e le sorelle che raccontano di aver incontrato il Signore. Sono chiuse le porte del cuore di Tommaso dalla mancanza di fiducia.

Gesù “venne e stette in mezzo (…)”. È questo il suo modo deciso e delicato insieme di abbattere le porte. Il Risorto continua a rincorrere i suoi, a cercarli anche nelle loro paure, anche nella incredulità di Tommaso. Ma non si ferma ad abbattere le porte di entrata, spalanca anche quelle in uscita con quel mandato con il quale rinnova la sua fiducia nei discepoli, passati per il travaglio della Pasqua: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi!”. Non aspetta che il mondo sia cambiato, che i Giudei cambino idea sui discepoli, che ci siano garanzie e salvacondotti. Mandandoli li invita ad avere una diversa considerazione di ciò che avvertono come ostile e pericoloso. Li invia con una missione: con il ministero del perdono. Che non è altro che testimoniare che la Pasqua è per tutti, che ciò che si è compiuto con l’offerta della vita di Gesù, ha una destinazione universale. Dio opera ‘sacramentalmente’ attraverso il perdono annunciato e donato da parte dei discepoli. Ieri sera, nella preghiera del Rosario per la pace, papa Leone ha invitato le comunità cristiane a “custodire il perdono”. Il Crocifisso risorto spalanca le porte di ogni cuore e di ogni comunità affidando il potere di combattere il male con il perdono. Se ci pensiamo ciò che mina un popolo, il suo costituirsi, ciò che minaccia la convivenza tra popoli è il risentimento, la rivalità, l’odio. Il rincorrere una giustizia mai sazia compromette inesorabilmente le relazioni. Al contrario il perdono ritesse, ricuce sulla base della fiducia accordata, di nuovo: nell’atto del perdono che discende da Dio, si impone la convinzione che le nostre relazioni, in qualsiasi momento, siano più forti di ciò che è accaduto. Il perdono è rinnovare il credito verso l’altro, senza il quale non si costruiscono le relazioni.

Un altro auspicio che ieri sera il Papa ci ha affidato è di coltivare la cultura dell’incontro, che supera la percezione della minaccia, per cogliere invece nell’altro un appello all’incontro, alla scoperta della sua ricchezza. Lo vediamo anche a livello internazionale: ogni volta che ci si incontra si riconosce l’altro, la sua presenza e, in genere, si ascoltano le sue ragioni. Da lì si possono aprire percorsi di pace, di riconciliazione.

Nel nostro andare per le vie della città al termine dell’Eucaristia, vogliamo testimoniare, come ci ha ricordato papa Leone, che in “quest’ora drammatica della storia”, la preghiera non è rifugio per sottrarsi alle nostre responsabilità, né una forma di anestetico per alleviare il dolore.  “È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge!”. La preghiera educa ad agire, arginando il delirio di onnipotenza.

Vergine Maria, Madonna del popolo, ti affidiamo non solo questo nostro tempo minacciato, ma, insieme, il nostro modo di stare dentro a quest’ora, alla scuola del tuo Figlio risorto, tornato in mezzo a noi, portatore di un annuncio di Pace per noi e per il mondo.