S. Antonino Is 49,3.5-6 1 Cor 1,1-3 Gv 1,29-34

Oggi qui, nella chiesa che lo vide canonico e da cui prese avvio il suo ministero a servizio della Chiesa universale, facciamo memoria del beato Gregorio X. Un uomo che ha vissuto una stagione di grandi tensioni intraecclesiali e mondiali. Rileggendo la sua biografia ci si convince che ogni tempo è attraversato da lacerazioni, da divisioni, spesso con conflitti armati e, al tempo stesso, con forze impegnate a sedare le battaglie, a conciliare le parti, a cercare e trovare vie di riconciliazione. La vicenda di questo santo Papa ci conferma che ogni epoca è drammatica e allo stesso tempo non è catastrofica, perché il Signore suscita instancabilmente chi sa intravvedere vie di uscita, che solo i profeti sono in grado di sperare.

In questo senso la santità è sempre esegesi, attuazione della Parola che Dio continua a seminare. Se c’è una linea che ha segnato l’esistenza del nostro Papa santo (della quale in verità conosciamo i grandi capitoli ‘pubblici’) è la sua docilità al Signore e alla sua volontà (“Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà”, Eb 10,7), che è tutt’altro che spiritualismo intimistico. E’ piuttosto il superamento di ciò che sembra scontato e fuori discussione.

Di Tedaldo Visconti – questo era il suo nome – si può dire che bene lo descrive la profezia del Servo di Jahvè che troviamo nel profeta Isaia: “Mio sevo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”. La gloria di Dio (il peso della Sua opera, la luce che illumina le tenebre…) è stata riflessa nella persona e nella vita di Gregorio X, eletto papa dopo tre anni di inconcludenti strategie dei cardinali, chiamati ad eleggere il successore di Clemente IV. Proprio a causa dell’impossibilità di superare la polarizzazione in atto, egli fu scelto perché estraneo agli schieramenti contrapposti. Ben presto dimostrerà che ogni polarizzazione non solo non è giustificabile, ma riproduce le divisioni. E’ interessante come egli cerchi di disinnescare la lotta tra Guelfi (filo-papali) e Ghibellini (filo-imperiali). A chi lotta in suo nome, a difesa del suo primato nello scacchiere politico, papa Gregorio dimostra di non volere questa contrapposizione, perché – afferma – anche i Ghibellini sono cristiani! Quindi non è più giustificato continuare nella lotta, a meno che non sia mossa da ben altri interessi. Gli avversari non si trattano come nemici, da eliminare, da sopraffare. Allo stesso modo affronta la relazione con gli Ebrei a cui assicura rispetto. Dovrà ancora guardare l’Oriente e cercherà di ricucire lo strappo avvenuto con la Chiesa di Bisanzio. Non da meno affrontò le profonde divisioni presenti nella Piacenza del tempo.

Possiamo ben dire che il compito affidato al Servo, cioè di ricondurre a Dio e riunire il Suo popolo, è stato l’ambito e l’impegno fattivo, purtroppo interrotto precocemente con la sua morte avvenuta ad Arezzo, di ritorno dal II Concilio di Lione.

Confesso che questa celebrazione ha permesso anche a me di scoprirlo e di averne colto la straordinaria grandezza e attualità. Si comprese investito di questa missione: di operare una pacificazione che non aveva confini. Da Piacenza allargò lo sguardo, fino a guardare alla Terra Santa, attraversando il pericolo costituito dal Sultano d’Egitto, fino a farsi carico dell’annuncio del Vangelo verso Oriente.  Ma la pace non era riconducibile unicamente alla sua opera diplomatica, perché si doveva fondare su una seria riforma e su un approccio evangelico, capace di disinnescare ogni miccia che provocasse l’esplosione di conflitti.

A questo riguardo mi ha fatto ricordare una frase di Rumi, un poeta mistico musulmano, coevo, che dice: “Prima ero intelligente e volevo cambiare il mondo, ora sono saggio e voglio cambiare me stesso”. E’ questa la via della pace per la quale si è inoltrato esemplarmente Gregorio X. E per la sua intercessione invochiamo pace anche per noi. Oggi. Una pace che si potrà compiere se, prima di tutto, passerà per il nostro cuore e il nostro sguardo sul mondo e sugli altri.