Ospedale Civile – Gdc 13,2-7.24-25 Lc 1,5-25
Sono felice di essere qui in questo reparto che nell’immaginario collettivo evoca una condizione drammatica, incerta. Sicuramente infausta. Per quel poco che può contare, la conoscenza di vostri colleghi mi ha aperto gli occhi su una condizione di operare assolutamente delicata (come lo è ogni professione di cura) e che mette alla prova quanti accostano quotidianamente la vita nella sua forma più precaria.
Mi permetto, in punta di piedi, di provare a descrivere quello che percepisco come una situazione che si affaccia sull’uomo e su un suo ‘abisso’.
Vorrei partire da come è chiamato il vostro reparto: rianimazione. E’ implicita la constatazione che ci sia un corpo a cui è necessario ridare vita, ri-animarlo. È privo di un’anima o semplicemente di coscienza e di autonomia? Per questo motivo di incertezza è fondamentale, nell’approccio di cura, lo sguardo. Anche se al momento non è in grado di dare risposte a stimoli, questo corpo è il corpo di una persona (di un ragazzo/a, di un/a giovane, di un uomo – donna…). In questa prospettiva ogni gesto, ogni scelta, ogni parola (percepita o no) possono dare dignità a quel ‘corpo’ (perché così appare).
La vostra presenza, qualificata professionalmente, è un atto gratuito. Non solo perché per lo più non ha una corrispondenza, ma anche perché non si sa quale sia l’esito, il risultato. Qui – penso – c’è un’alta percentuale di imprevedibilità rispetto ad altri reparti. Condizione che inevitabilmente può far nascere interrogativi: perché? e per chi … intervengo?
Aggiungerei che voi siete più della vostra qualifica professionale, siete insieme la mano, la voce e il cuore anche di chi non può essere accanto, suo malgrado.
In questo senso siete la possibilità di una relazione, senza la quale nessuno vive a lungo. Voi così ri-date un’anima a quel corpo che avete tra le mani.
Vorrei suggerire un altro aspetto implicato nel vostro compito: la vostra è un’azione carica di speranza. Non solo perché attraversata dalla comprensibile attesa di una ripresa, ma perché, nella vostra presa in carico, c’è un desiderio e un’intenzione di dare futuro. Il migliore possibile. Il vostro è un cammino, insieme a queste persone, di speranza.
Tutto questo cosa ha a che fare con il Natale?
Se è vero che Dio ha fatto propria la nostra carne, se si è fatto uno come noi, allora ogni forma nella quale si dà l’essere umano è abitato da Lui. Ogni forma di debolezza e di fragilità che segna la carne dell’uomo diventa Verbo, Parola di Dio. Se è così… allora è necessario ascoltare perché qui c’è una rivelazione della sua presenza. E voi ne siete i primi custodi.
E’ questo, quello che avete tra le vostre mani e nelle vostre corsie, il presepe, nel quale, come per ogni figlio dell’uomo che nasce, c’è la richiesta di prendersi cura. Con amore. Qui c’è il Dio-con-noi che si rivela, nella debolezza e nella fragilità della nostra carne.



