Sarebbe vantaggioso in questo inizio dell’anno, contraddistinto dal rito degli auguri di Buon Anno, sostare un momento per chiedersi: che cosa auguro in cuor mio? Ne avrebbe un vantaggio il gesto consueto perché eviteremo di svuotarlo e di banalizzarlo. Ne avremo un vantaggio noi tutti che in questa forma, più o meno consapevolmente, auguriamo il bene a chi incontriamo. Una volta tanto il bene dell’altro non suscita invidia. È già un inizio dell’anno promettente. Ma cosa significa il bene per il tempo che si apre? Limitarsi ad augurare buona fortuna forse, questo sì, potrebbe suscitare invidia. Se invece il bene dell’altro, che gli auguro, coincidesse anche con il mio e il bene di tutti? Non sarebbe in questo caso qualcosa che ci vincolerebbe al punto da convincerci che l’anno che si apre sarà buono se lo sarà per tutti?

Per dire cosa posso augurare di buono per il 2026 a tutti e quindi anche a me, vi chiedo di lasciarvi accompagnare da un percorso che inizia il giorno di Natale. Pranzo alla mensa della Caritas. Non ho mangiato molto (non perché ne mancasse, tutt’altro!) ma mi sono nutrito della ‘fame’ di tante persone che hanno approfittato della presenza del Vescovo per chiedere quello che consideravano necessario per la loro vita. Oggi direi indispensabile perché il nuovo anno sia veramente buono o almeno migliore di quello trascorso: casa, lavoro, cure sanitarie, permesso di soggiorno, soluzione di azioni giudiziarie che li mantengono sospesi… Purtroppo per loro, richieste per lo più inevase da parte mia, per mancanza di competenza. Ma per questi e tanti altri uomini e donne che percorrono accanto a noi le medesime strade l’augurio sarebbe tremendamente concreto. Anche se spesso la soluzione è solo all’apparenza semplice.

Tra le diverse richieste mi ha provocato nel momento e nei giorni seguenti, un dialogo incalzante con un giovane ospite che, come me, ha sfidato tutti gli adulti presenti, operatori e volontari. In modo provocatorio e irritante. Lasciato placare il mio cuore, mi sono chiesto (il giorno successivo): cosa è il buono per questo ragazzo? Che cosa mi/ci ha chiesto come aiuto, dentro a queste sue espressioni aggressive? E se, mutate le fisionomie e la cultura di origine, fosse il volto di tanti nostri adolescenti e giovani? Mi sono sentito interpellato come adulto, come parte di una generazione che spesso si mostra incapace di sostenere l’atteggiamento di sfida dei nostri ragazzi, mettendo in atto nei loro confronti o la rinuncia (“non so più cosa fare!”) o la punizione (imposta o invocata).

Credo di aver colto in quello scontro verbale una domanda di presenza (mi ha cercato più volte nel tempo in cui sono stato lì), un po’ come l’avversario sul ring, in un combattimento che serve al proprio riconoscimento. C’è una richiesta di esserci da adulti che arginano l’inganno di potere tutto, l’illusione che non ci siano limiti. Ci è chiesto di accettare la loro sfida senza cadere nelle provocazioni: chiedono conto delle nostre reazioni. Per questo motivo le regole, se vengono poste, devono essere rispettate. Anche da parte nostra. La coerenza non può mancare in chi pretende rispetto. L’augurio all’inizio di questo anno riguarda sicuramente il compito educativo che deve essere pensato e sostenuto. Il Buon Anno rivolto ai ragazzi e ai giovani equivale ad assicurare loro una dotazione di adulti che assolvano al loro compito. Buon Anno al mondo degli adulti chiama in causa la responsabilità condivisa verso le nuove generazioni: dai più piccoli ai più grandi.  È un luogo comune quello che afferma che i giovani sono il nostro futuro, è necessario aggiungere: a condizione che oggi gli adulti, con cui si misurano, siano garanti del loro futuro con scelte responsabili, con una visione del mondo. Adulti che, nei ruoli diversi, sanno testimoniare un oltre sé stessi, un oltre il presente, il proprio interesse e vantaggio. Un oltre il mondo e la storia. Oltre le cose che si devono fare perché si apre uno spazio del gratuito, nel quale si esprime l’interezza della persona e delle sue potenzialità. L’anno che si apre diventerà promessa di futuro se crescerà il numero di persone che ‘perdono’ tempo intercettando le tante povertà. Potrà essere Buono lo scorrere del tempo che ci aspetta se noi adulti ci alleiamo nello spenderci insieme su progetti concreti, visibili di solidarietà, di prossimità, di cura. Il nemico comune è il narcisismo insaziabile.

Sarà un Anno Buono se al gioco parteciperanno anche le generazioni che hanno vissuto il travaglio post bellico. La stagione del coraggio che ha dato un futuro a tutti noi. Impariamo da altre culture a riconoscere il valore dell’anziano che ha la sapienza del tempo scolpita nelle rughe della pelle. Sono, come ha scritto Papa Leone nel messaggio per giornata della pace, una sorta di antidoto del “riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”.  

L’augurio che ci rivolgiamo è un serio impegno a diventare risorsa per la cura di tutti, senza perdere di vista il mondo che solo all’apparenza è lontano. Sia veramente un Buon Anno per tutti e di tutti.

                                                                       + Adriano Cevolotto,  vescovo

Fonte: quotidiano Libertà del 06/01/2025